Articoli | 26 ottobre 2012

Il Sogno Californiano Infranto ne Le Belve

Mentre un film porta sullo schermo il celebre romanzo di Don Winslow, in libreria arriva il prequel. Intervista all’autore, che spiega come si è trasformata una generazione cresciuta tra surf e marijuana. Dal sogno dei figli dei fiori alla violenza dei re del mondo, quelli dell’America di oggi.

I re del mondo spacciano droga. I re del mondo vivono in California. I re del mondo, se serve, uccidono. Ben Winslow è tornato. E con lui sono tornati Ben, Chon e Ophelia: i re del mondo sono loro. Sono tornati il sangue, la California, i messaggi lasciati con il sangue degli uomini uccisi, i poliziotti corrotti e quelli che combattono la guerra con i cartelli della droga messicani. Winslow ha voluto andare avanti facendo un passo indietro.

Scrivendo un libro che è un prequel del pluricelebrato Le Belve. Pagine che svelano le origini di Ben, Chon e Ophelia, in una lotta tra generazioni che è il pretesto per raccontare il mutare dei tempi. Dai giorni nostri, infatti, il nastro si riavvolge fine degli anni 70, quando la California era la culla della generazione hippy, del peace and love, del surf, della vita senza regole che rifiutava le regole imposte della società. Una generazione che, alla fine, tradisce se stessa.

Da hippy diventa narcos. “Questo è un libro che si rivolge al passato e si chiede che cosa ne sia stato di quella controcultura. Quando poi ci rendiamo conto di dove siamo arrivati finiamo per chiederci: “Wow… come è stato possibile?”. Predomina quasi un senso di sbigottimento, come dire, appunto: “Wow, vaffanculo anche a me””.

Da quanto aveva in mente di scrivere il prequel delleBelve?
“Ho scritto il libro sotto un riparo, nella pioggia scrosciante. Era inverno e indossavo una felpa da surf con il cappuccio e avevo le mani gelide:

tra una frase e l’altra me le ficcavo in tasca. Era una storia che avevo intenzione di raccontare nell’altro libro, ma non volevo rallentarne il ritmo narrativo inserendo una backstory. Però già sapevo da dove venivano Ben, Chon e Ophelia e come si erano comportati i loro genitori e quali esperienze avevano vissuto. C’era anche dell’altro: ho voluto raccontare la storia del traffico di sostanze stupefacenti in California. Mi incuriosiva il fatto che queste due culture specifiche, quelle degli hippy e quelle dei surfisti, in un dato momento si fossero incontrate in un punto preciso, a Laguna Beach, dando vita a un’altra sottocultura ancora. Era un fenomeno irresistibile”.

Il surf ricopre un ruolo preciso nei suoi romanzi. Crede che la sua vita sia più un “cavalcare le onde” o un “lasciarsi trasportare dalle onde”?
“Ho vissuto entrambe le esperienze, ma devo riconoscere di averle cavalcate più che esserne stato trasportato. Si può cavalcare esclusivamente se si esce sulla cresta dell’onda. Devi correre il rischio. In vita mia, e nella carriera, ho compiuto passi avanti soltanto quando mi sono accollato un rischio. Le Belve ne è un esempio. Che si tratti di un’onda reale o di un’onda metaforica, subentra sempre un attimo di paura che devi riuscire a superare”.

Nei suoi libri scrive di droga, spie, complotti. È mai stato minacciato?
“No. Non inganno nessuno né faccio il doppio gioco. Sono uno scrittore, non un giornalista investigativo che vive in Messico in mezzo a mille pericoli. Loro sì che sono veri eroi”.

È mai ritornato in Messico?
“Da quando è stato pubblicato Il potere del cane non ci sono più stato. Il cosiddetto problema messicano della droga è, in realtà, il problema americano della droga. Siamo noi ad acquistare la droga. Siamo noi a finanziare tutta quella violenza”.

Crede che l’America stia facendo tutto ciò che è possibile per combattere il traffico di sostanze stupefacenti?
“Non dovremmo combattere nessuna guerra, è proprio questo a far impennare il prezzo della droga e a far sì che nel territorio dove si svolge il traffico di droga valga la pena ammazzare. È la proibizione a creare il guadagno. Abbiamo investito cifre colossali per la guerra alla droga. È diventato un vero e proprio business, che ormai ha tutto l’interesse a far proseguire quella guerra. I trafficanti di droga e la burocrazia antidroga sono specie simbiotiche. Hanno bisogno gli uni degli altri per prosperare. E se mi chiede dei politici corrotti sa che le dico? Alla fine preferisco chi rapina una banca con una pistola in mano di chi la rapina con la penna”.

Steinbeck, Kerouak, Ginsberg, Eston Ellis, Chandler e adesso lei. Moltissimi scrittori hanno parlato della California. Che cosa ha di così speciale?
“È l’ultimo paradiso rimasto per il sogno americano. È la frontiera, il luogo nel quale ogni confine finisce e torna indietro. Per me tutto ha inizio dall’oceano, dalle spiagge e dalla cultura della libertà del surf. Amo la bellezza e anche la sua corruzione. Forse è proprio questa dicotomia a risultare affascinante”.

Lei racconta che gli hippy passano dall’ideologia love and peace alla cocaina e alla violenza. È il fallimento di una generazione?
“Io penso che tendiamo spesso a dimenticare che cosa sarebbe l’America senza la controcultura degli anni Sessanta, anni che fecero tantissimo per promuovere i diritti civili, il femminismo e la libertà sociale. Non credo che il mio libro sia una condanna della generazione hippy: secondo me è un resoconto di ciò che è realmente accaduto. La gente è delusa. Il passaggio dalla marijuana e dall’Lsd alla cocaina è sintomatico. La controcultura è passata a una droga aggressiva e avida. In sintesi, è molto simile alla cultura predominante contro la quale la gente credeva di ribellarsi. Penso che si possa capire una società dalle droghe proibite che vanno per la maggiore. Al momento si tratta di oppiacei, sonniferi prescrivibili. Vogliamo dormire e basta?”

Suona come la fine del sogno americano..
“No. Sono ottimista più che mai riguardo al futuro di questo Paese. Le minoranze stanno facendo notevoli passi avanti, le donne occupano posizioni migliori rispetto al passato, i diritti dei gay aumentano e credo che ci stiamo finalmente avviando a diventare una società multirazziale. Nella contea di San Diego, dove vivo, non esiste più una maggioranza razziale. Ed è un bene”.

di MATTEO TONELLI
Fonte www.repubblica.it
(traduzione Anna Bissanti)

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