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Articoli | 21 luglio 2009

Respiro, di tim winton

C’è un fascino particolare in tutte le storie che celebrano un rito di passaggio, seppure a loro modo. Qualunque esso sia. Da The Breakfast Club a Fandango, da Stand By Me a Gallipoli, il cinema ne ha fatto capolavori grazie alla stoffa stessa di cui sono fatti questi racconti.
Come nel caso di Respiro. Il nuovo romanzo di Tim Winton (autore de La Svolta e Dirt Music) è un tufffo tra le onde impetuose della surf-culture dei ruggenti ‘70s in Australia. Oggi il surf è anche molto atteggiarsi, quel tirare su la zip della muta e sentirsi un semidio; sulle spiagge dell’Australia di 35 anni fa, prima che qualcuno inventasse l’estremismo degli sport, cavalcare l’onda significava misurarsi essenzialmente con la natura. Cercando quell’equilibrio, quel momento di pura grazia atletica tra successo e disfatta, tra l’adrenalina della vita ed una morte improvvisa.
E’ in quest’atmosfera che, in un paese di una bellezza abbagliante, la vita di due teenager – di cui uno è la voce narrante – viene ricordata in un lungo flashback, nella sua parabola alla ricerca della via e della perfezione, in un percorso in bilico su una tavola da surf.
Racconto snello, Respiro è l’incontro tra una sorta di mentore-guru (un 30enne campione di surf) e due ragazzi che farnno di tutto pur di emularlo sulle onde dell’oceano, lasciando che il maestro apra loro i confini dell’universo, davanti ai loro occhi spalancati ed affamati di scoperta.
La posta in gioco è diventare grandi, padroni di sè, in quell’attimo in cui sali sulla cresta del mutamento ed oltrepassi il punto di non ritorno.
Se da una parte Winton riesce quasi a farci sentire il vento sulla pelle bagnata, il sale sulle labbra e il rumore delle gigantesche onde che frangono al veloce voltare di pagina, l’autore australiano è abilissimo nel tratteggiare imperfetti ma memorabili personaggi in un quadrilatero che, via via, assume tinte torbide e drammatiche, alla ricerca di quel momento in cui tutti passiamo da un percepire ad un capire, da un guardare ad un vedere, mentre alcuni sono avanti a noi ed altri restano indietro, perduti per sempre, come tutte quelle emozioni e sensazioni che ormai, a 50 anni, possono solo chiamarsi ricordi.

Fonte: grazia.blog.it

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