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Aikau (i would go) – cap. 2

Manly beach (Australia)

Il filo conduttore della mio soggiorno australiano fu il mare e le sue fantastiche onde. Furono i tre mesi più veloci ed eccitanti della mia esistenza. Vivevo in un paesino della costa orientale del continente oceanico. A nord di Sydney per intenderci. Ero capitato li per caso, come se stessi vivendo un film d’azione nel quale io ero l’unico attore non protagonista. L’unico vero protagonista era quel paese stupendo fatto di natura incontaminata, mare, sole, ospiti dalle mille origini e un miscuglio di culture, razze religioni e opinioni politiche di ogni genere. Vivevo al pian terreno di un piccolo edificio davanti la spiaggia di Manly. Vestivo costantemente in maniera semplice: calzoncini, maglietta ed un paio di ciabatte.
Ho imparato l’inglese lavorando in un ristorante davanti la spiaggia, da dove vedevo fin dalle prime ore del mattino, giovani surfisti appollaiati sulle scalinate della spiaggia erano pronti a scrutare onde e direzione del vento.

Con me lavorava Marcelo, un ragazzo brasiliano originario di S.Paolo. Mi aveva avvicinato al surf. Era pazzo del mare e di ogni “gioco” praticato sull’acqua. Durante il fine settimana dava lezioni di sub. Non ho mai visto in vita mia nessuno che potesse immergersi a certe profondità senza l’aiuto di bombole e con la naturalezza di un pesce. Non era molto dotato fisicamente e a guardarlo bene quel biondino grassottello non era esattamente il prototipo di un vero sportivo.
Aveva sempre un’espressione serena e con la sua tranquillità impartiva lezioni a tutti su come interpretare il mare ed i suoi misteri. Dopo circa una settimana l’avevo soprannominato il “Bernacca oceanico”, perché a lui bastava sentire il rumore leggero del le foglie per riconoscere la direzione e il nome del vento.
La sua cultura “marinara” rapiva l’attenzione di tutti. Ero assetato di notizie ed ascoltavo, immagazzinavo tutto quello che mi diceva dandogli molte soddisfazioni. Dopo il lavoro ci sparavamo sempre qualche ora di surf proprio davanti allo stabile del Rossini reustarant.
Le giornate passavano lentamente, surfando, lavorando quel poco che bastava, ascoltando musica, e parlando della vita e del perché noi tutti fossimo li lontani dalle nostre radici e felici come non mai. Eravamo tutti nella stessa barca: giovani, belli e poco occupati.
Ogni giorno baciavo la terra che avevo sotto i piedi per il regalo che Dio mi aveva fatto. Ormai non chiamavo più nemmeno l’Italia: mi sembrava tutta roba che puzzava di vecchio. Mia madre mi chiamava e mi interrogava su come era l’America, mi ci volevano sempre alcuni secondi per spiegarle che stavo in Australia e per attaccare il telefono. A Roma avevo lasciato una ragazza di cui ormai di cui ricordavo solo la foto appesa in camera. Mi bastava guardare dalla finestra per capire come forse, il mondo cento anni fa fosse più bello, più vivibile, di come l’uomo si fosse privato di un bene unico come la natura.
Marcelo viveva lì da più tempo ed era molto più abituato a viaggiare di me. Assaporava tutto come fosse la prima volta. Era il classico compagno di viaggio. Non aveva mai reazioni particolari agli eventi. Tutto sarebbe dovuto succedere e niente succede per caso. Marcelo era l’amico di tutti ed io vivevo di riflesso la sua indiscussa notorietà.
Andavo in giro per Manly e tutti ci riconoscevano perché nessuno, dico nessuno, si dimenticava di quei due ragazzi che lavoravano al bar “Rossini”. Mi portava sempre con lui a feste, party, cene e rinfreschi di ogni genere, presentandomi decine ragazze a serata. Ogni volta che provavo a dire: “Guarda un po’ che carina quella”, lui la prendeva, le parlava ad un orecchio e me la presentava. Durante una di quelle cene incontrammo Erika.
Da perdere il fiato: una di quelle che da sola rappresenta tutta una categoria di bellezza femminile: mora, mulatta, capelli lisci nero corvino, un sorriso con due satelliti/fossette che catturavano l’attenzione di tutti. Raccontare la bellezza del suo corpo sarebbe limitativo, ma la certezza che lei fosse una ragazza speciale esplose dentro di me appena la vidi. Erika è una di quelle donne che mi sarei portato dentro anche durante il mio matrimonio; una di quelle donne che quando dirò il fatidico “Si lo voglio!“ starò ancora pensando a lei. Forse.
Quando Marcelo me la presentò, durante quella festa, sentivo che mi stavo giocando il jolly della vita: Le afferrai la mano mentre avevo già assunto un’ espressione da ebete. A volte mi chiedo perché in certe occasioni non riesco ad assumere un’espressione normale. Avevo in mano un piatto con un pò di torta, cercavo di fare il disinvolto, l’aria di chi non l’aveva notata, insomma ci siamo capiti. Avevo notato Marcelo avvicinarsi a lei senza vergogna. Mi guardò da lontano indicandomi e ridendo. Io ero già ubriaco della sua bellezza, della sua eleganza, della sua leggerezza nel parlare un inglese ancora poco fluente.

Non ce la facevo più ad aspettarlo, “Questi brasiliani a volte proprio non li reggo”, dissi tra me e me. Certe volte non lo sopportavo, passava metà della sua vita a salutare gente e a fare pubbliche relazioni. Ero sull’orlo dell’ennesimo coma etilico e decisi quindi di andare a casa, pochi isolati dalla festa senza nemmeno salutare Marcelo. La casa dove si era tenuta la festa era al settimo piano di una palazzina davanti a Shelly beach ed in quelle condizioni scendere le scale era un’impresa titanica. Aprendo la porta della casa notai che un’ombra scura mi stava precedendo. Barcollavo cercando di raggiungere quell’ombra. Dall’alto arrivava ancora la musica della festa. Dal basso arrivava un profumo fantastico.
Seguii l’ombra dall’alto sporgendomi ogni tanto dalle scale. Sembrava che stesse correndo, che volesse scappare. Forse sarebbe stato meglio lasciarla andare via. A quel punto decisi di chiamarla, e come al solito mi uscì una voce da bambino deficiente a cui stavano tirando le palle dicendo “fischiaa!”.
“Hey. Chi c’e’ laggiù?”
Era Erika in carne ed ossa, ma più in carne visto il fisico da cartolina che sfoggiava sotto il vestitino bianca. Era scappata via discreta senza dare nell’occhio, tranne il mio iniettato di sangue e di mille altri pensieri.
Cominciai a parlarle dicendo che anche io ero stanco, che me ne sarei tornato a casa, che quelle feste mi sembravano tutte uguali. La gente troppo presa a bere e a fumare spinelli, la musica senza un minimo di logica svariava dai Prodigy a Bob Marley, dai Silverchair ai Presidents. Tutte cazzate.
Annuiva scrutandomi con occhi incredibilmente vivi e profondi. Credevo di aver esagerato un po’ con la storia della monotonia delle feste, del male generazionale della gioventù australiana che era così diversa da quella latina. Ero ansioso di risposta. Non mi dava modo di pensare che ciò che le stavo dicendo la annoiasse, però non sembrava nemmeno annoiata di quella chiacchierata. Quando già ero pronto a salutarla mi chiese se avevo voglia di accompagnarla a casa e io naturalmente, ignaro di dove potesse abitare, dissi senza esitare: “Certo è un vero piacere”, nemmeno fossi Rodolfo Valentino.
Casa sua dalla festa era alla stessa distanza che c’è da piazza Venezia all’Eur e per chi non è di Roma diciamo una decina di chilometri. Mai in vita mi era successo di non sentire stanchezza e pigrizia nel dover affrontare tutti quei km a piedi. Arrivati sotto casa mi chiese se avevo voglia di salire. Viveva in una casa vicino all’ennesima bella spiaggia a sud di Sydney. La divideva con altre due ragazze da urlo. Ero così intontito da tale fortuna che Erika, per smuovermi, mi diede un bacio sul collo e mi prese per mano.
“Andiamo di là” disse lei e mi tirò verso la sua camera da letto.
Era come me la immaginavo: pulita, ordinata, con una cura per i particolari quasi maniacale; era come se fossi stato in quel posto centinaia di volte, a mio agio ed estremamente tranquillo. Su una mensola erano ordinati una decina di libri e mentre lei accendeva lo stereo cominciai a sfogliarne uno. “La Profezia di Celestino “. lo sapevo che avresti preso quel libro” disse sorridendo.
“Perché?” le risposi.
“Perché mi sono accorta di te immediatamente, appena ti ho visto e sapevo che quel libro ti avrebbe raggiunto”. Rimasi esterrefatto da quel modo di parlare. A dir la verità mi veniva quasi da ridere.
Il primo Cd che sentimmo fu quello dei “Sublime” che conoscevamo a memoria e dopo appena cinque minuti avevamo trovato altre mille cose in comune. Quella situazione mi sembrava smisuratamente perfetta.
Le chiesi se potevo togliermi la maglietta perché sentivo caldo; non era stata una mossa calcolata, sentivo davvero un gran caldo e poi lei non avrebbe dato troppo conto al mio stare senza maglietta, anche perché comunque ci trovavamo in Australia, unico posto al mondo dove la gente fa davvero ciò che gli pare.
Continuava a cambiare Cd con una smania tale che cominciavo a pensare fosse un po’ nervosa. Ma era solo la sua passione per la musica che la portava a mixare canzoni su canzoni e a raccontarmi aneddoti sulle varie rock-star. Poi tra un assolo di basso di Flea, si incuriosì di una cicatrice che avevo sulla spalla, regalo di una dolorosa operazione.
Prima che potessi dire alcunché mi spogliò completamente e con una tale velocità che cominciai a pensare che fosse una scippatrice. Ero imbarazzato e un po’ mi vergognavo a stare come mamma mi ha fatto davanti a una ragazza così bella, che con la stessa naturalezza con cui mi aveva denudato, si era tolta di dosso il vestito che indossava. Naturalmente sotto non aveva nulla e io prima che si potesse avvicinare le chiesi se poteva chiamare qualche mio amico a Roma per rendere vera una storia a cui nessuno avrebbe mai creduto. Cominciò prendendomi la mano sinistra tra le sue mani e a massaggiarla con la forza di uno scaricatore di porto e la dolcezza di una mamma.
Provavo talmente tanto piacere che mi stavo addormentando e ciò non era cosa buona e giusta, dato che ancora non avevo combinato niente. Poi mi disse di voltarmi e cominciò a trasmettere con il suo corpo un calore incredibile sulla mia schiena dandomi un senso di rilassatezza fuori dal normale. Ero come avvolto in un spirale di percezioni, totalmente fuori controllo con quella ragazza mulatta davanti che guardavo senza sosta.
Priva di qualsiasi inibizione, continuava a fare quello che aveva cominciato poco prima e solo dopo una buona mezzora, decidemmo di fare l’amore come poche volte nella mia vita avevo fatto, con una persona che non conoscevo bene, ma che trasmetteva più calore di un forno e più sensazioni di un libro appassionante.

L’indomani mattina mi svegliai nel suo letto ancora immerso nel suo odore da bambina, con lei che dormiva dandomi la schiena e col colore della sua pelle che contrastava con quello della lenzuola. Non avevo più la percezione del tempo. Rimasi a letto tutta la mattina, immerso negli odori, nei suoi abbracci, nella sua pelle. La guardavo con orgoglio, le dissi: “Se sei così bella a questa ora della mattina, pensa stasera cosa sarai”. Faceva fatica a capire il mio umorismo italiano, ma non mi interessava, andavo avanti per la mia strada. Ricominciammo a fare l’amore, anche se erano le nove del mattino e anche se non avevamo ancora fatto colazione. Sarei potuto morire senza rimpianti in quel momento, non chiedevo altro, tranne che sprofondare insieme a lei e a quel letto nel più profondo degli abissi, senza che nessuno se ne potesse accorgere.
“Chissà perché questi momenti devono sempre finire!” Disse alzandosi dal letto e indirizzandosi verso il bagno. Continuavo a poltrire sul letto, con le braccia dietro al collo, assalito da mille e inutili ragionamenti. Quella frase detta così non mia aveva turbato più di tanto, ma il pensiero che mi corrodeva maggiormente era il bisogno di certezze, di punti fermi, quando poi nella vita non avevo fatto altro che fare affidamento su me stesso.
Quando uscii da casa di Erika non mi ero reso ancora conto dell’ora che era. Camminavo velocemente con la camicia jeans fuori dai pantaloni, fischiettando la più strana delle canzoni che mi potesse venire in mente: “Una terra promessa “ di Eros Ramazzotti.
Davo calci alle lattine, contavo le piastrelle del marciapiede, sorridevo alla gente senza motivo e intanto con fare assente mi riavvicinavo a casa.
Sceso dal traghetto che mi portava al centro di Manly beach, mi indirizzai verso casa percorrendo la solita salita perfettamente asfaltata. Passando davanti la vetrina del negozio di surf notai che avevano allestito una nuova vetrina e che avevano delle nuove tavole. Mi riproposi di ripassarci per tentare di dare indietro la mia vecchia tavola. Poi il negozio di tatuaggi che avevano aperto da poco, con il tipo pieno di orecchini che mi salutava e dopo il caro, vecchio bar Rossini.
Solo allora, e solo vedendo la faccia preoccupata del povero Marcelo, mi resi conto di aver perso il mio lavoro.
Salii le scalette che portavano all’ufficio del proprietario cominciai a inventare una storia incredibile di traghetti affondati e di autobus fusi.
Il boss mi osservava e ogni tanto sorrideva; ad un certo punto dentro di me pensai che forse era meglio stare zitti. Pensai che di lavoro ne avrei trovato quanto mi pareva e il regalo della sera prima riequilibrava quel momento negativo. Presi la mia misera liquidazione e ripresi la via di casa.

“Edo metti su questo Cd” mi disse Marcelo.
Accesi lo stereo comprato usato da gli ex inquilini dell’appartamento e infilai dentro un Cd dalla copertina completamente nera. Mi girai per andare al bagno e Marcelo mi fermò per il braccio dicendomi che dovevo prestare attenzione a quella musica.
“Amico, me la sto facendo addosso!” dissi stringendomi le palle.
Marcelo si avvicinò allo stereo e schiacciò con forza il vecchio tasto “pause”, dicendo che mi avrebbe aspettato.
La musica che sentivo era abbastanza simile a quella dei gruppi heavy-metal primi anni novanta.
Alternavano momenti di distruzione sonora, fatta di chitarre distorte e batterie velocissime, a momenti di melodia degna di un famoso gruppo Grunge.
Poi la voce mi ricordava vagamente quella del cantante degli Alice in Chains. Si chiamavano O.I, che stava per Optic Illusions.
Passammo quasi un’ora a sentire quelle tredici canzoni, parlando del gruppo, delle storie dei componenti, di come fosse incredibile la vita di una rock-band.
Venivano dal Brasile, naturalmente e in Italia non sarebbero mai arrivati. In pochi minuti avevo già capito che era musica per le mie orecchie. Marcelo mi raccontò che quel CD era associato a un periodo molto bello della sua vita.
I suoi genitori, infatti, si erano separati quando aveva otto anni e da allora non si erano mai più visti, ne parlati.
Aveva sofferto come un cane per quella situazione. Era il maggiore di tre fratelli e, come spesso avviene, si sentiva particolarmente responsabile di quella separazione. I genitori non si erano visti per cinque anni e il poverino attraversò un periodo negativo fatto di tentativi di fuga, abuso di alcool e di qualche droga di cui non amava parlare.
Il giorno che comprò il CD degli O.P. i suoi riparlarono e da allora restaurarono per lo meno una forma di rispetto l’uno per l’altro. Era per quello che teneva così tanto a farmi sentire quella musica.
Mi raccontava tutto col sorriso sulle labbra, emozionato, ma sempre equilibrato e sicuro nel tono di voce. Aveva sempre questa enfasi nel raccontare le sue storie. A volte pensavo che se avessi posseduto la sua dialettica avrei potuto intrattenere platee di ogni tipo. Lui faceva tutto ciò nel rispetto della noia altrui, ricercando parole, colori e musica tipicamente brasiliani.
La musica sprigionava un’energia incredibile che anche il più distratto degli ascoltatori avrebbe colto. Decisi di comprarlo e che doveva rientrare nella mia collezione musicale; ma la ricerca terminò con la notizia che tale gruppo non era mai sbarcato in Australia. Marcelo decise allora di regalarmi quel vecchio Cd, ormai rovinato, rigato e quasi consumato.

Arrivò il natale e Marcelo mi disse che purtroppo aveva il visto scaduto e che doveva tornare in Brasile.
Fu il primo momento in cui mi sentii solo anche in Australia. Mi vedevo di nuovo solo, alla ricerca di nuove amicizie e di persone vere come quelle che avevo conosciuto in precedenza. Cominciai a ripensare alle persone che avevo lasciato e di come poi, fossi legato alle mie radici più di quanto pensavo. Un magone incredibile mi assalì la notte di natale passata da solo nella cucina del bar dove lavoravo e dove per non sentire il dolore di un esistenza vissuta ai margini del mondo, mi scolai una bottiglia intera di vodka australiana.
Mi ritrovai il giorno si S.Stefano steso sulla spiaggia di Freshwater completamente coperto di sabbia, con l’aspetto di un vero barbone e la vitalità di un alcolizzato.
Guardando il sole sorgere sentii come se per l’ennesima volta madre natura mi stesse indicando la strada da percorrere. La direzione era chiara, limpida, precisa. Senza esitazione decisi di partire per S.Paolo do Brazil.

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