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Aikau (i would go) – cap. 3

Ilhabela (Brasile)

Atterrai a S. Paolo dove mi aspettava l’autobus per raggiungere Marcelo.
“Ilabhela” diceva Marcelo “è uno di quei posti che ti riconciliano col mondo, il segno evidente che la grandezza di Dio è inesauribile “.
Dopo 3 ore di viaggio e dopo essere entrato nello stato di S. Paolo arrivai a destinazione, ed effettivamente il paesaggio era davvero strabiliante.
L’isola era ricoperta di quella tipica vegetazione tropicale, dovuta alle continue precipitazioni pomeridiane, che facevano crescere piante dai colori pastello. Le due cime che sovrastavano l’isola erano coperte da nubi scure che lasciavano presagire l’avvicinarsi di un prossimo temporale.
Sul traghetto che mi portava sull’isola c’erano alcuni bambini che giocavano sulla coperta dell’imbarcazione. Uno di loro avrà avuto cinque anni. Biondo con i capelli ricci che avrebbero fatto la fortuna di qualsiasi pubblicitario. Era il momento giusto, con milioni di litri d’acqua che scorrevano sotto la chiglia della barca, per riportare la testa a immagini familiari, a quello che mi ero lasciato alle spalle. La paura di aver fatto un’ennesima cazzata mi faceva quasi vomitare. Pensavo ai giudizi di chi, a milioni di km, pensava che stessi facendo una sciocchezza, che stessi buttando la mia vita. Sentivo ronzare le voci delle amiche di mia madre che si pavoneggiavano delle gesta eroiche dei loro marmocchi.
Laurea a ventitrè anni, un lavoro da qualche milione al mese; una ragazza che faceva parte dei gruppi della parrocchia; un mutuo da pagare per la casa comprata con l’aiuto del caro paparino. Sapevo che mia madre mai mi avrebbe rinnegato, rispettosa com’era delle scelte del figlio. Chissà però che palle sentire quelle frasi fatte condite da tea e pasticcini.
Marcelo venne a prendermi al porto dell’isola. Mi aspettava col suo pick-up carico di attrezzatura da sub e tavole da surf. L’armonia che regnava con questo ragazzo era totale, avevamo interessi in comune, ognuno dei due con proprie personalità e proprie caratteristiche. In più avevamo condiviso gran parte dell’esperienza australiana e ciò ci rendeva come fratelli. L’inglese non costituiva nessun ostacolo alla nostra comunicazione e ragionare formulare idee in un’altra lingua aveva creato tra noi una sorta di codice linguistico di cui eravamo unici e originari ideatori.
La sua gioia nel vedermi nel suo paese, mi fece comprendere molte cose sull’atteggiamento che i brasiliani hanno verso la vita e l’amicizia, peraltro molto simile alla nostra. C’erano parecchie cose di cui andare fieri: prima tra tutti quello scenario che esplodeva davanti ai miei occhi.
Mi passò davanti la mamma dei bambini: mi guardò sorridendo, quasi a volermi dare il benvenuto.
Sulla spalla aveva un’altra figlia, molto più scura del fratello più grande, ma con degli occhi verdi che rendevano il suo viso quasi magnetico.

Caricammo la valigia e la tavola sul pick up, dopo un abbraccio ai limiti del soffocamento e ci dirigemmo verso la parte meno abitata di Ilhabela.
“Marcelo non è che mi farai camminare molto?, mi sono fatto appena venti ore di aeroplano e mi piacerebbe riposare un po’ “,dissi io.
“Hey, man,” con tono sicuro “a Ilhabela non c’è tempo per dormire”. Percorremmo una decina di km alla velocità di trenta all’ora.
La strada era più un viottolo di campagna, e ogni due minuti Marcelo si fermava spostava un tronco, e risaliva su. Dormivo, in preda al fuso orario e a sogni ai confini della realtà. Tanto è vero che quando aprii gli occhi mi diedi un pizzicotto sulla guancia per capire se stessi ancora dormendo.
La macchina, parcheggiata su di un promontorio che si affacciava su una baia isolata. Al centro era costruita una casa di legno e paglia e proprio davanti alla casa rompeva un’onda di un metro liscia come il vetro. Dopo aver messo a fuoco un po’ meglio la situazione mi accorsi che Marcelo stava parlando con due persone. Decisi di raggiungerlo solo dopo essere scivolato un paio di volte sugli scogli. Arrivai davanti alla casetta di legno.
Riconobbi una voce di donna, anzi, le voci erano due e una inconfondibile, era quella di Erika. Non sapevo se scappare o fare finta di nulla. Il flusso di sangue dentro le mie vene era calato a quello di un wombat, animale australiano più lento di una tartaruga.
La testa già mi era ripartita verso lidi oscuri tipo: oh dio ora che faccio? Sono partito senza nemmeno salutarla. Però nemmeno lei si era fatta molto sentire, nemmeno una telefonata. Il fatto era che negli ultimi tempi la nostra relazione era un po’ scemata, tanto è vero che per due settimane non ci eravamo sentiti.
Inoltre un giorno incontrai una di quelle ragazze che vivevano con lei e alla domanda “Sapete dove e’ Erika?”, fecero un po’ le vaghe, come a volermi nascondere qualche cosa.
Avevo passato diversi giorni ripensando alla nostra storia, ma poi per uscire dal tunnel depressivo in cui mi ero imbattuto decisi di partire per il Brasile.
“Ciao amore”, le dissi col massimo sforzo. Mi rispose che si era preoccupata di non avermi più sentito e che era felice di rivedermi. Mi afferrò il collo e stampò un bacio sulle labbra come niente fosse. Ero quasi impietrito: ancora una volta mi rendevo conto di quanto madre natura fosse stata clemente con l’essere umano per aver creato tanta bellezza. La osservavo nella sua semplicità, nella sua innocenza accompagnata da uno sguardo malizioso e attraente. Indossava una costume rosa: la pelle nera, liscia, perfetta la rendevano quasi finta, e pensare di averla posseduta, avuta tra le mie braccia mi rendeva orgoglioso e in debito con la vita.
Era lì nella sua naturalezza che improvvisava dei passi di capoeira ed il suo corpo si muoveva al ritmo di una musica che non c’era: era la musica che aveva dentro come la maggior parte dei brasiliani e tutto questo la rendeva ancora più affascinante.
Avrei voluto buttarmi per terra e osservare quella natura, quel fiore che si muoveva, il mare. Avrei desiderato ritrovare il sorriso di Marcelo, la sua allegria, la sua spontaneità, ma le chiacchiere stavano a zero.
Non ebbi nemmeno il tempo per rendermi conto della cosa, che Marcelo stava tirando fuori dalle sacche le tavole e la ragazza che gli stava vicino, Flavia, che metteva della paraffina sulla sua tavola colorata. Rimasi qualche minuto a osservare quel quadretto: Io con la mia valigia vicino ai piedi, la tavola scaraventata per terra, tre giovani brasiliani che si preparavano a un rito ormai a me familiare, il sole che calava e una natura attorno che sovrastava imperiosa qualsiasi sensazione.
Guardavo tutto con uno strano distacco; diffidente di quell’ennesima sensazione furibonda, di quelle scariche di adrenalina che percorrevano la mia schiena.
Mi piegai per terra e raccolsi una manciata di sabbia bianca. La mano aperta faceva passare quei granelli minuscoli di sabbia. Era come un gesto ipnotico: i miei occhi non guardavano altro. La sabbia, una mano e un moto perpetuo senza alcun senso. Solo la stanchezza di aver visto quasi tutto e la noia nell’eccesso di aspettative, mi portavano a dare senso al niente.
Mi offrirono poi un “caldo de canna”, una bevanda dolciastra estratta dalla canna da zucchero ed era un ulteriore segno di energia struggente perché dopo aver sorseggiato quell’ottima bevanda era come se avessi bevuto la pozione di Asterix. Provai tutta la forza del mondo e ancora di più.
Infilai la lycra che con il tempo si era sfilacciata e sbiadita: mi dovevo mettere i pantaloncini e mi guardai attorno per vedere se c’era un posto dove potevo cambiarmi. Feci tre passi e mi accorsi che Flavia, la ragazza di Marcelo, era completamente nuda e con disinvoltura si infilava la muta.
Dissi tra me e me: “ Ma andatevene tutti a fare in culo”, lo dissi con una voce talmente interiore che la sentirono anche giù in Italia.
Rimasi tre secondi completamente nudo e con le braccia levate al cielo e fu come possedere per un secondo tutto ciò che mi stava attorno. L’acqua era freddina in quel tratto di paradiso: Marcelo era in gran forma e la sua sensibilità nel trovare piccoli tubi in ogni sezione dell’ onda era imbarazzante. Aveva sempre una lettura perfetta dell’onda e ad ogni manovra che sparava, sapeva già quello che sarebbe successo nell’istante seguente. Lavorava la parete con una grinta stupefacente. La tavola sembrava spaccarsi e l’onda sembrava piangere dalla potenza che imprimeva sulle pinnette. Ero sconcertato: ancora una volta, alla vista di tanta serenità e beatitudine, avevo capito che tutto quello che avevo fatto fino all’ora era niente. Cominciai anche io a giocare con quelle piccole ondine; l’acqua era sembrava scaldarsi.
Ad ogni errore mi lasciavo cadere nell’acqua e vi rimanevo più del dovuto con gli occhi aperti. Ero quasi coccolato da quel moto continuo e ogni volta che riaffioravo vedevo facce sorridenti che mi osservavano.
Le ragazze decisero di uscire, dato che la marea si stava alzando e ogni tanto si rischiava di cadere su qualche pezzo di corallo tagliente. Io e Marcelo discutevamo sulle condizioni del mare, su come era stato nei giorni precedenti e sulla mareggiata che sarebbe entrata di li a poco. Giocavamo con l’acqua: la facevamo passare nel pugno facendo un rumore simile a una pernacchia e ogni tanto remavamo fuori per il set più grosso che arrivava. Eravamo rivolti con i nostri volti verso il sole che era tagliato a metà dall’orizzonte: le serie di onde creavano della ombre sottomarine incredibili e su una vidi fuoriuscire una pinna caudale grigia che mi paralizzò. Avevo vissuto 6 mesi in Australia e mai mi era capitato di vedere uno squalo e mi succedeva lì in Brasile?
Poi dalla paura più grande al sollievo di una pinna di un delfino azzurro entusiasta di giocare con noi due. Fece un balzo vicino a me così alto che gli schizzi quasi mi risvegliarono da quella trance in cui ero caduto. Mi si piantò un sorriso sulla bocca che mi rese più bello per cieca una settimana, non volevo più uscire dall’acqua, volevo morire di gioia, volevo urlare.

La sera di natale cenammo in riva al mare al ritmo di drink tropicali e strani piatti tipici brasiliani tra cui gli immancabili fagioli e riso. Erika e Flavia si vestirono a festa per rendere felici i loro uomini, mentre Io e Marcelo rimanemmo in pantaloncini. Non c’era nessuno in quel ritaglio di paradiso. Niente rumori, niente luci, solo il nostro calore e le nostre parole.
Accendemmo un fuoco e cominciammo tutti a bere del room e a fumare. Calava la nostra stanchezza ma calava anche la lucidità.
Eravamo come assopiti e quasi mi dava fastidio il non poter registrare lucidamente tutte le mie sensazioni. Rimanemmo poi Io ed Erika da soli. Ci guardavamo, ridevamo: volevamo fare piano ma per non svegliare chi? Ridevamo, ci amavamo come ci avevano insegnato i nostri genitori, ognuno a modo suo.
Poi andammo a fare il bagno, l’acqua era fresca e quindi di nuovo attorno al fuoco a riscaldarci sotto una asciugamano umido ed io che la riparavo dalla brezza del mare.
Erano giorni in cui non realizzavo pienamente la fortuna che avevo nel conoscere quelle persone; nel condividere con loro quel posto meraviglioso, quella natura rigogliosa e quel mare, che a volte sembrava parlare e osservare.

Il giorno prima di capodanno Marcelo mi disse che saremmo partiti il giorno dopo per Rio dove avremmo passato l’ultimo giorno dell’anno, compresa una notte che difficilmente avrei dimenticato. Non dormii tutta la notte per colpa di quella notizia. Andare fino a Rio de Janeiro, festeggiare il capodanno in una metropoli rumorosa e pericolosa, quando ce ne saremmo potuti stare tranquilli a Ilhabela con le nostre ragazze. La sveglia poi all’alba non era certo quello che sognavo per cominciare bene la giornata.
“Marcelo ma loro non vengono con noi?” chiesi io. Lui mi guardò annuendo e facendo no con la testa.
“Edo, stiamo andando in un posto davvero speciale, ma dobbiamo andarci da soli”.
Io non riuscivo a capire, queste sorprese non mi erano mai piaciute, tanto più che avevo bisogno di stare tranquillo, forse in compagnia di poche persone, mentre lui mi stava portando nella classica festa brasiliana dove ci scappa sempre il morto.

“Hei svegliati, man!” mi disse Marcelo. Avevo dormito per circa tre ore, tanto che ci trovammo già nella spiaggia di tiuja, nelle vicinanze di Rio.
Una spiaggia incredibile, con delle serie da tre, quattro onde, che rompevano su di un fondale di sabbia e rocce. Ogni dieci metri c’era una baracchina dove si poteva bere del room e coca, ma era l’ultima cosa che volevo fare.
Marcelo mi disse di aspettare lì che lui doveva fare una cosa e quella cosa diventava sempre di più misteriosa e fonte di pensieri. Ero seduto sul pick-up mentre strane signorine si avvicinavano e piccole bande di bambini mi guardavano strano. La situazione in cui non mi sarei voluto trovare e poi la macchina era carica delle tavole, mute, che da sole rappresentavano il mio unico patrimonio. Arrivava gente da tutte le parti e l’unico che non arrivava era proprio Marcelo. Ma di gente su quello spiaggione ne arriva a fiumi e non riuscivo a capire il perché. Poi salendo sul tetto della macchina scorsi un palco non eccessivamente grande dove probabilmente avrebbe suonato.
Marcelo tornò poco dopo. Avevo visto più prostitute in quel posto che in tutto il resto del mondo. Non sapevo se incazzarmi e esternare tutto il disagio provato in quelle ore. Ma Marcelo aveva sempre il modo di farmi sorridere. Tirò fuori da dentro la tasca una busta e me la allungò, come se fosse un regalo. Dentro c’era un CD masterizzato con scritto: “Buon capodanno e felice anno nuovo.”
Aprendo la custodia del Cd notai subito che sopra c’era scritto qualche cosa con la calligrafia di Marcelo. Era il titolo e il nome della band.
The Optic Illusion e un po’ me lo sentivo. Era stato troppo vago nelle ultime ore.
La cosa più bella era che quel palco montato avrebbe ospitato a breve un loro concerto, cose da non crederci. Avevamo parlato tanto di quel gruppo che ora si materializzava il sogno di vederli dal vivo per giunta in Brasile e la notte di capodanno. In un sol secondo mi sentivo rinato, sereno, eccitato all’idea di poter sentire della buona musica e fare un po’ di casino.
Con un po’ di fortuna e di spintoni riuscimmo ad arrivare fin sotto il palco. In pochi minuti, Marcelo aveva fatto amicizia con una ventina di persone e con qualche sigaretta ben farcita. Ogni tanto me lo perdevo e dopo mezzora tornava con gli occhi più rossi e con una ragazza diversa.
Mi difendevo come potevo, cercando qualche ragazza che parlasse un po’ d’inglese. Piano, piano e alla stessa velocità scendeva sia l’oscurità che la fatica sulle gambe. Erano quasi cinque ore di attesa, senza mangiare e sulla spiaggia di Tiuja si erano accalcate circa quindicimila persone. Avevano suonato alcuni gruppi un po’ troppo scopiazzanti, quando tra le persone della pubblica sicurezza vidi un personaggio dalla capigliatura appariscente e pieno di tatuaggi che cominciò a parlarmi in portoghese. Mi stava chiedendo una cartina e io risposi in inglese: “Scusa ma non sono brasiliano e non parlo un il portoghese”.
“E da dove vieni ?” mi chiese.
Appena saputo che ero italiano cominciò a dire le solite cazzate in italiano tipo: pollo, pizza e mandolino. Cose che mi facevano sempre avvelenare il sangue e infatti accennai solo un sorriso alla sua ilarità.
Mi salutò chiedendomi il cinque e se ne andò, quando ritornò Marcelo senza maglietta e con due bionde. Lui era solito dividere tutto con me; così fu con una di queste due ragazze che non superavano i diciotto anni ma che erano più alcoolizzate di un vecchio montanaro di settanta anni.
Una mi cominciò addirittura a baciare sul collo, dicendomi che avrebbe sempre voluto andare in Italia a vedere Roma. Ma io ero già concentrato sulle luci del palco che si spegnevano e dal suono degli amplificatori che scrosciavano, i con i jack delle chitarre che venivano attaccati. A mia insaputa la prima canzone era “Volare” di Modugno e anche Marcelo era sorpreso a sentire quella canzone. Uscì fuori dalla nube di fumo proiettata sul palco un tipo a petto nudo con le braccia completamente tatuate e pearcing ovunque. Intonò Volare con un basso distorto che lo seguiva e con un tono di voce uguale a quello del cantante degli O.I.
Era proprio lui; il ragazzo con cui avevo parlato prima e che avevo trattato anche un po’ a cacchio. Lo dissi a Marcelo, che non ci credeva, quando alla fine del ritornello di volare che ormai tutti e i “Quindicimila” cantavano, lui dedicò la canzone seguente a un suo fan italiano, che ero io, con lo stupore di tutti e tutti, tranne il mio che non avevo capito assolutamente nulla del suo portoghese. Cantò ogni canzone con una passione e una potenza entusiasmanti. Quelle acustiche rendevano quella serata estiva davvero speciale, indimenticabile. Quando il tipo introdusse la quinta canzone, parlò del significato della vita, della morte e di mille altri concetti di cui intuivo solo alcune parole.
Attaccò il chitarrista con un assolo potentissimo che durò quasi due minuti. Il cantante afferrò l’asta del microfono con una mano e il microfono con l’altra.
Aveva ben in testa il momento in cui doveva cominciare a cantare.
Teneva il tempo con il piede, la sua All star si muoveva a ritmo. Aveva i lacci colorati che avevo sempre odiato. MI ricordavano i primi anni ottanta, quando io e mio fratello maggiore ci mettevamo delle strane toppe sui jeans per essere “paninari”.
Quando alzò lo sguardo verso il pubblico mi sembrò come se stesse guardando verso di noi. Aveva una luce strana negli occhi, quasi concentrata in un unico punto ma che si muoveva, roteava.
Fece un passo indietro, anzi due e stramazzò al suolo come un fuscello d’albero. Tutte le luci del palco erano proiettate sul suo corpo e solo dopo alcuni secondi la gente realizzò che non erano effetti speciali.
Il suo corpo sobbalzava come un pesce appena pescato e pian piano i componenti della band gli si avvicinarono. Non riuscivano a tenerlo fermo, impegnato nell’ultimo assolo della sua vita. Questa volta però il ritornello della canzone non arrivò mai e dovette fermarsi alla prima strofa. Il cantante degli Optic Illusion, venticinque anni di S.Paolo, morì mezzora dopo all’ospedale di Tiuja e quindicimila persone erano state partecipi di quel triste momento.

Questi erano i ricordi durante quella serata di settembre.
Era quindi giunto il momento di cambiare: “O adesso, o mai più”, pensai. Misi in moto la macchina e spostai il timone verso casa.

Viaggiavo con la mente, eccome se viaggiavo. Poi un giorno parlando con i miei genitori uscì fuori un lato della mia famiglia che non conoscevo.
Loro erano quasi adeguati alle mie irrequietudini, mi trattavano da bambino, oserei dire da pazzo.
Mia madre non avrebbe detto mai qualche cosa che avrebbe potuto ferire il suo piccolo bambino. Mio padre era troppo vecchio per poter pensare di cambiare quel giovane che non gli aveva mai voluto dare retta.
Pensai che era giunto il momento di tirare le fila, di cerare una camera oscura dove sviluppare tutte e trentasei le foto della vita di un uomo.
Ne cominciai a parlare con quel gruppo di amici che ancora mi rimanevano.
“Ma tu che ne pensi, sto facendo bene?”, chiedevo elemosinando consigli un po’ a tutti.
“Facevo prima a chiamare un cartomante su Rete oro, che a chiedere un consiglio a qualche amico”
Poi ogni tanto mi ritrovavo a camminare per i prati del mio quartiere: passavo davanti alle case degli amici d’infanzia col terrore che uscisse da queste qualche genitore che potesse riconoscermi.
Sarebbe stato troppo grande l’imbarazzo nel rispondere alle varie domande:
“Di che cosa ti occupi? Ce l’hai la ragazza , sei sposato?”
Vagavo dentro questo quartiere di questa città altamente dispersiva; il mio disorientamento non avevano limiti e sarebbe stato meglio cadere, farsi male e ricominciare che perseverare in quello strano galleggiamento urbano.
Un giorno poi mi iscrissi in palestra. Già alla entrata capii che avevo sbagliato posto. Che non ero adatto a quelle sfilate da Postalmarket.
Chiesi alla signora dell’entrata quanto era l’iscrizione e la quota mensile e una volta pagato capì che era una cifra enorme fuori dalla mia portata.
Mi andai a cambiare nello spogliatoio e dopo aver posato lo zaino su una panca di legno mi girai di scatto e fui rapito, come era mio solito, dallo specchio che avevo di fronte a me.
Cominciai addirizzando le spalle, tirando fuori il petto e stringendo lo stomaco così da far fuoriuscire gli addominali. Le braccia avevano una bella forma, ma c’era poca sostanza; le spalle erano ben aperte, ma di profilo sembravo una sottiletta. Le gambe poi sembravano poi quelle di una ballerina: dritte, polpacci stretti e piedi smisurati, il tutto coperto da una buona dose di peli che con l’estate uscente si erano imbionditi.
In fondo non ero poi tanto male, ma nel momento in cui pensavo questo uscirono dalle docce due culturisti da coppa del mondo che si vennero a posizionare proprio ai miei lati. Tutti e due erano da copertina di “Men’s Health”: abbronzati, anzi direi abbrustoliti, completamente senza peli e con i denti bianco latte.
Avrei preferito che mi avessero mandato affanculo. Perché riguardandomi allo specchio, sprofondai in un malcontento che nessuno avrebbe potuto curare.
Mi rivestii velocemente, passai davanti alla signora che allibita mi guardava come per dire: ”Che strani questi nuovi allenamenti, meno lavori e più ti ingrossi”.
Scesi le scale di quella palestra e guardando un cane che dormiva per terra mi convinsi ancora di più che dovevo andare, fuggire, in silenzio, tanto nessuno se ne sarebbe accorto.

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