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Aikau (i would go) – cap. 5

Valencia (Spagna)

Passato un anno dal matrimonio del Pezza, veloce come un raffreddore, mi trovavo in tutt’altra situazione: un paese nuovo, la Spagna, una città nuova Valencia e una serie di cambiamenti che all’occhio della gente apparivano determinanti per la mia vita.
Convivevo oramai da quattro settimane con una ragazza del posto che lavorava all’università come assistente di un noto professore di diritto.
Si chiamava Carol e l’avevo conosciuta ad un seminario di marketing cui ero stato invitato per esporre le strategie di mercato della mia nuova attività.
Lei era vestita del solito vestito da brava ragazza, che tanto avevo odiato all’epoca dell’università. La camicetta bella aperta faceva intravedere un seno enorme e nonostante il mio sguardo fisso non ebbe nessun tipo di imbarazzo.
Appariva la classica ragazza sicura di se, per la quale era determinante il piacere o meno o per lo meno era un fattore determinante della propria sicurezza. Sapeva sicuramente di essere la donna più attraente di tutte quelle presenti, ma aveva voglia anche di predominare sugli uomini. Non aveva nessun tipo di tentennamento. Si muoveva con sicurezza tra cartelline, lucidi e quando si trovò alla mia portata sentii che il suo tono di voce era più elevato del solito. Parlava in inglese con un tipo da terzo anno fuori corso di ingegneria e più si comportava così e più ero facevo finta di ignorarla. Dava l’impressione che mi stesse studiando con la coda dell’occhio mentre io ero occupato ad origliare la sua discussione con quel tipo.
La ragazza era anche l’assistente di un famoso cattedratico di economia aziendale, che si pavoneggiava di libri scritti, di trattati pubblicati, delle belle ed importanti riunioni a cui era chiamato a partecipare, ma che nella vita non aveva raccolto molto e soprattutto non era mai riuscito a portarsi a letto Carol, suo sogno erotico, da quando lei era stata sua alunna.
Prima del mio intervento ascoltavo il mio lettore Cd noncurante delle autorità attorno a me e del fiore del centro cultural-economico della comunità valenciana, che era venuta per assistere alle nuove tecniche di produzione e promozione di piccole attività imprenditoriale come era la mia.
Sentivo il Cd di un gruppo californiano di cui non capivo la metà dei testi delle canzoni.
Probabilmente in quei momenti sognavo di essere una rock star, con storie di droga, scazzottate e donne incredibili al mio fianco. Immaginavo il mio braccio pieno di tatuaggi radicali e pieni di frasi sconvolgenti: avrei voluto i capelli fino al sedere e se possibile, bicolori. Mettevo a confronto questi modelli con il mio essere così stereotipato, così normale. Fino a poco tempo prima ero tutto ed il contrario di tutto.
Queste figure così lontane mi avevano sempre affascinato. Era però musica che dava la carica; quella che ero abituato a sentire quando, prima di entrare in acqua per surfare, mi spogliavo in macchina per mettermi la muta. In qualsiasi cosa che uno fa, soprattutto nei momenti decisivi è richiesto un grado di concentrazione maggiore. Ascoltare musica significava, raccogliere le idee, focalizzare l’obiettivo da centrare e far finta di essere in un film per superare l’emozione. Prima di entrare in acqua era meglio sentire del punk-rock, magari proveniente dalla bassa California. Musica che ti dà la carica, che ti fa superare la paura.
Se poi mi accingevo a fare qualche corsa sul mio bel longboard, niente di meglio di una buona dose di raggae di una overdose di ska.
L’unico fattore deconcentrante, in quel momento, continuava ad essere quella formosa moretta in carriera, che in un battere d’occhio mi fece scordare quello che dovevo dire. Aveva due gran tette: di quelle tette che rapiscono l’attenzione di qualsiasi persona. Oggi, per colpa della chirurgia estetica, uno si pone continuamente la domanda” Ma, saranno vere, oppure no?”. In quel momento non avrei sottilizzato troppo sull’argomento. Se erano belle, ma rifatte a me non interessava.
Aveva un modo di fare che mi insospettiva: troppo nervosa, troppi movimenti veloci, troppi scatti: un’agitazione esasperata. Andava analizzata, sezionata. Non potevo affrettarmi ad un giudizio avventato. Quella ragazza, portava la camicetta un po’ sbottonata, diciamo al terzo bottone, partendo dall’alto. Aveva una pelle molto chiara e il contrasto con i capelli lucidi e neri la rendevano molto “spagnola. Mi si avvicinò chiedendomi se le potevo dare da accendere e già dal modo di fumare quella cavolo di sigaretta sentii una vibrazione evidente provenire del suo corpo. Emanava un odore eccezionale, da non confondere con il profumo da uomo che portava. Tre profumi nello stesso momento? Ebbene si : il fumo della sigaretta, l’odore della sua pelle e il profumo intenso da uomo proveniente soprattutto dalla parte bassa del suo corpo.
Risposi dicendo che non fumavo tanto, quando in quel periodo ero solito distruggermi i polmoni con un pacchetto al giorno.
“ Di dove sei?”, mi chiese guardando altrove.
“Europeo e tu?” risposi col suo stesso distacco.
Quel tono di voce la incuriosì parecchio, forse troppo abituata a piacere ed a essere adulata.
Finita la conferenza scappai evitando di commentare ciò che avevo detto e cercando di lasciare un alone di mistero dietro alla mia figura.
Lei mi corse dietro portando con se una cartellina piena di fogli.
“Ti sei scordato questa” mi disse lei, con ancora il fiatone.
“Grazie” risposi, senza darle troppa importanza.
La sera tornando a casa aprii la cartellina piena di fogli bianchi con sopra su scritto il suo indirizzo di posta elettronica e il suo numero di telefono.
Da lì nacque una storia fuori dal normale, fatta di sentimenti veri ed onesti e assaporando per la prima volta la vita da convivente. Mi si era presentata dopo giorni a casa, con le sue valigie di marca, aspettando di essere trasportata dentro il mio nido in braccio, come fossimo due sposini.
Sistemò le sue cose nei miei armadi, diede una pulita generale a tutto ciò che non era stato pulito negli ultimi giorni. Risistemò tutto quello che mi circondava, tranne forse il mio egocentrismo maniacale e riuscì a tirare fuori da me tutto quello che di produttivo ci fosse nelle mie idee.
La sua eccezionale propensione al commercio e alla organizzazione di eventi, mi resero tutto più facile, tanto che dopo tre mesi venne a bussare alla porta di casa mia, una troupe di “Antena tres“, televisione nazionale spagnola, per intervistarmi e per rendere pubblico quel fenomeno da baraccone che ero diventato.
Io e Carol sedevamo su di un divano a scacchi rossi e beige, l’intervistatore alla nostre sinistra rimaneva fuori portata delle due telecamere.
Dietro, l’enorme finestra di casa nostra, orgoglio di quell’appartamento a poche centinaia di metri dal mare. Una ragazza della troupe televisiva mi spalmò una crema sul viso, forse per rendere l’immagine più gradevole, mentre Carol si era conciata come se dovesse fare una sfilata di moda.
Non ero mai stato capace di stare davanti a una telecamere e ne ebbi una conferma. Non ero affatto disinvolto. Fissavo su un punto cercando di non guardare in camera e tutto quello che dicevo mi sembrava banale e stupido.
Alla fine fu come un monologo di Carol e l’intervistatore alle domande era più interessato alle sue gambe e a quello che c’era sul petto. Non era certo quello che non mi avrebbe fatto dormire la notte.
Avevo trovato finalmente un equilibrio sentimentale degno di essere chiamato tale: lei viveva per me, mi ripeteva continuamente di essere innamorata follemente di me, di non aver mai conosciuto una persona come il sottoscritto.
Io la guardavo spesso, nella sua profonda bellezza, nella sua gioia nel guardarmi, nel prendersi cura di me, ma facevo tutto ciò con la distrazione di un bambino di 5 anni; mi ripetevo continuamente che non ne ero innamorato, che forse l’ideale di innamoramento che avevo dentro la mia testa era sbagliato, che dovevo adeguarmi. Peraltro, il resto della mia vita scorreva come un fiume in piena senza alcun tipo di freno.

Ero al settimo cielo per aver coronato il sogno di aver creato un marchio di abbigliamento sportivo, più precisamente di surf da onda che in pochi mesi si era gettato nel mercato e si difendeva egregiamente dall’invasione americana. Solo in Spagna avevo ritrovato me stesso. Lontano dall’alcool, dalle fregature, da quel modo di vivere monotono e sempre scontato che mi caratterizzava in Italia.
Vivevo in un quartiere davanti al mare di nome “la Malvarrosa”. Un posto tranquillo di inverno che durante l’estate si trasformava in una bolgia famosa in tutta la comunità valenciana.
La mattina appena alzato avevo la possibilità di fare cose che avevo sempre sognato: col mito dell’Australia in testa, mi alzavo alle sette di mattina per fare un paio di km di corsa sulla spiaggia.
Era maggio, mese caldo nel sud della Spagna: mancavano pochi mesi alla mia partenza per il nord della penisola iberica, avrei passato giorni di trattative con case di abbigliamento americane che erano interessate alla mia attività. Ero diventato un mezzo Ironman. Ma la mia era diventata come un’ossessione, mi allenavo senza un motivo preciso. Ero in continuo movimento e il più delle volte solo e in situazioni estreme. Costante nel cercare la fatica, nel richiedere sforzi eccezionali al mio fisico. Ma era una lotta contro me stesso, un volersi mettere alla prova, non nel raggiungimento di un risultato concreto, ma nel continuo confronto, anima fisico che avevo dentro di me. In quei momenti passati in acqua c’era come una spinta eccezionale che mi lanciava sempre fino alla boa più lontana. L’acqua sugli occhi, la difficoltà nel vedere davanti a me, data la colorazione dell’acqua non certo cristallina, il disorientamento continuo, tutto era energia, adrenalina ed equilibrio.

Camminavo, adoravo farlo: senza motivo; occhi sempre dritti davanti a me come per scrutare un orizzonte virtuale che mi desse nuovi stimoli e nuove mete da raggiungere. A volte sentivo della musica con il mio cd portatile e mi sembrava di essere il protagonista di qualche video musicale o film di azione. In quel periodo non avevo orecchie che per il cd dei Red Hot Chili Peppers; ogni volto davo un nuovo ascolto a quella grande opera, una volta focalizzavo il basso, un’altra mi soffermavo sulla batteria, poi la chitarra. Insomma lo sentivo così spesso che avevo in mente qualsiasi passaggio, qualsiasi accordo. Erano giorni di libertà, di passioni, di completo abbandono a ciò che mi piaceva, mi sembrava ogni giorno di essere più impegnato, ma in realtà la vita era quella di tutti i giorni, più coinvolto, più concentrato e felice nel fare le cose e i risultati erano chiari e alla portata di tutti.

Un giorno camminando per la spiaggia notai un uomo poggiato su una palma, proprio davanti alla statua di tre delfini.
Era vestito peggio di me, il che era tutto dire ma la cosa che attirò la mia attenzione era che sembrava parecchio sporco; la bottiglia di vino rosso vicino alla gamba e lo sguardo un po’ perso, mi fecero capire che era un barbone.
Mi avvicinai senza motivo, io che ero sempre stato diffidente nei confronti di questi emarginati sociali , e dissi “Que tal estas?”. Cominciò ad osservarmi con i suoi occhi azzurri e notai dei lineamenti da persona elegante, quasi nobile.
Aveva la pelle molto scura, ma non riuscivo a capire se fosse dovuta a un’abbronzatura decisa o a un’origine non certo europea.
Non rispose subito ma mi allungò la bottiglia di vino rosso, come se fosse un gesto di pace, di amicizia.
Io risposi: “No grazie, sono le 9.30 del mattino e non mi pare il caso” ma quelle parole uscirono per paura, pudore, diffidenza nel bere dalla stessa bottiglia di un uomo che forse non si lavava i denti da mesi.
Al mio atteggiamento diffidente lui si tirò su in piedi, quasi scocciato: decisi allora di accettare l’offerta, e quasi chiudendomi il naso sorseggiai quel buon vino rosso.
Era realmente un buon vino e pensai che per comprarlo quel pover uomo si fosse privato di molto denaro. Non so perché mi volli fermare quel giorno a parlare con quell’uomo. Non faceva parte della mia indole di dare ascolto al mio cuore, agli istinti più strani. Ma quella mattina sentivo che quel personaggio non era lì per caso e che avevo bisogno di parlarci.

Si chiamava Ramon, era un esiliato politico cubano. Erano due anni che viveva in Spagna come molti suoi connazionali, senza fissa dimora, senza un lavoro e senza identità.
Fuggiva continuamente dalle autorità e solo a Valencia aveva ritrovato la pace, la serenità di poter poggiare il sedere su di un pezzo di terra. Quel lembo di spiaggia, quelle palme rigogliose erano la sua casa, il suo giardino. Mi faceva una gran pena quel ragazzo, più giovane di me di almeno cinque anni, ma che all’apparenza sembrava più vecchio di mio padre.
Provavo tenerezza nel pensare alle sue notti passate sopra un cartone, alle giornate passate ad essere schivato dai passanti.
Pensai che quello poteva essere un giorno per riscattare la mia vita. Poter aiutare un uomo, un mio simile, mi avrebbe aiutato a capire meglio me stesso.
Gli chiesi se aveva tempo di aspettarmi perché avrei dovuto assolutamente dargli una cosa. Corsi a casa come un indemoniato, rovesciai cassetti e armadi per racimolare più soldi possibile.
Passai in banca e ritirai con il mio bancomat il necessario per far vivere decentemente una persona normale per un mese, figuriamoci un tipo come Ramon che andava avanti a vino. Ritornai ai delfini, ma lui non c’era più; mi sembrava come se mi avessero rubato qualche cosa.
Guardai verso la spiaggia e notai che Ramon si era seduto vicino alla riva. Arrivai sentendomi molto meglio, come se quell’uomo riuscisse a trasmettermi energia: sedendomi vicino a lui notai che la bottiglia era vuota e che era completamente ubriaco. Cominciai a parlare di me, delle mi origini, del fatto che non ero meglio di lui solo perché avevo la barba fatta e una tuta più pulita. Gli raccontai che in fondo anch’io ero un esiliato politico, che benché in Italia non avessi avuto problemi di carattere politico anch’io ero stato privato di quelle libertà che ritenevo indispensabile.
Alla fine del discorso, e trovando le parole migliori gli chiesi se poteva farmi un regalo e questo conquistò la sua curiosità.
Dissi “Ramon, la vita a volte è strana. Ti regala tutto senza che tu te ne possa accorgere.” Lui cominciava a guardarmi sempre con maggior interesse.
“Io sono come te, forse peggio, sicuramente più fortunato, anche se la fortuna è davvero un valore relativo. In questo momento la mia gioia sarebbe poter vedere una persona come te con delle possibilità maggiori, con delle aspettative e delle certezze” esitai un attimo per non apparire troppo patetico.
“Quindi mi farebbe piacere se accettassi questo mio piccolo aiuto e se attraverso la tua vita potessi aiutare a migliorare la mia”.
Finalmente decise di parlare e disse: “Le mie aspettative, le mie certezze, il mio futuro sono un cielo azzurro da godere tutti i giorni, dell’aria pulita da poter respirare a pieni polmoni ed una terra da poter calpestare con i miei piedi.
Non voglio il tuo denaro, non voglio il denaro del mondo, ma voglio l’unica vera ricchezza dell’uomo, la libertà. Pura vida!”
Si alzo’ e se ne andò via senza nemmeno salutarmi.
Rimasi attonito, impietrito, senza respiro, come se mi avessero dato un calcio sulle palle. Ancora una volta la mia testa cominciò a entrare in una spirale di dubbi.

Ripresi la via di casa automaticamente, come se i miei passi fossero radiocomandati.
Scivolai in mille interrogativi: anche questa volta non ero riuscito a cogliere nel segno e dentro di me sentivo di aver subito un’umiliazione tremenda. Addirittura non ero riuscito ad aiutare un senzatetto.
Mi chiedevo: “Ma perché ho incontrato Ramon? Forse per capire chi sono?” Spero di no. Speravo di no, perché altrimenti la risposta si sarebbe avvicinato a qualche cosa di puzzolente e marrone.
Arrivai sotto casa, guardai in alto verso il terrazzo del mio appartamento e notai come tutto l’edificio fosse di un colore grigio molto triste; pensai che forse era arrivato il momento di cambiare casa visto che i soldi non mi mancavano.L’ennesimo distacco, l’ennesima fuga, l’ennesimo spostamento non avrebbero giovato alla mia ricerca di stabilità di certezze ma dovevo farlo. Ora che il lavoro cominciava finalmente a darmi grandi soddisfazioni.

Quando risalii le scale di quel palchetto dell’università, sentii dentro di me una sensazione strana: ero arrivato ai trent’anni come avevo sempre sognato ma non riuscivo ad essere “perfetto” come volevo. Con le mie regole, con i miei successi e con prospettive future. Dove parlare di organizzazione, di regole lavorative. Io no ero capace nemmeno di organizzare la mia vita, figuriamoci quella degli altri. Nonostante tutto avevo la stima della mia famiglia, il rispetto di mezzo mondo e l’invidia dell’altra metà. Però salendo quelle scalette di quella fredda università, apparvero dentro di me immagini di felicità che in quel momento mi sembravano troppo lontane e difficilmente ripetibili. Mi sentivo più vecchio. Ero ripiombato nei binari della mia quotidianità, avevo realizzato un’altra volta che la vita aveva di nuovo preso il sopravvento sul mio essere e risentii dentro me strane sensazioni.
Arrivò Agosto e decisi di partire e di lasciarmi alle spalle l’ennesima parentesi graffa della mia vita. Quel senso di insoddisfazione mi perseguitava: era la mia ombra. Non riuscivo a darmi risposte, ma neppure ero in grado di formulare grosse domande su come dovesse essere la mia esistenza. Lasciai alle spalle tutto un’altra volta, decidendo quindi di ripartire da zero, almeno per quel mese: lasciar fluttuare la mia esistenza nella direzione obbligata da quella marea di sentimenti che mi trasportava, a corrente e verso destinazioni ignote.

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