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Aikau (i would go) – cap. 6

Getaria (Paesi Basqui)

Forse quella benedetta mattina avrei fatto meglio a rimanere a letto. Già alla sveglia sentii la sensazione tipica di un giorno invernale in cui vorresti non vorresti mai alzarti dal letto.
Dopo aver aperto gli occhi ripetei il gesto che negli ultimi mesi aveva caratterizzato ogni mattino: allungai il braccio verso sinistra per toccare il corpo di Carol. Ero solito svegliarmi con la mia donna vicino e invece ero solo dentro al letto.
La mattina era una gioia vederla asciugarsi, vestirsi, coprirsi di creme di ogni genere, per poi indossare il solito vestitino. Poi magari, la trascinavo verso di me con la forza, la spogliavo controvoglia con lei che faceva tardi al lavoro.
Quella mattina ne sentivo il bisogno, la mancanza di quella figura tanto rassicurante e forse avrei voluto passare la giornata a letto. Il fatto però di aver percorso quasi 1000 km con la mia Astra, ormai sull’orlo del grippaggio e di aver sognato una giornata d’onde decente da almeno cinque settimane, mi spinse ad alzare la testa dal cuscino e di dare una controllata alla spiaggia.
La fortuna di abitare davanti al mare è di poter dare un ‘occhiata al mare in arrivo, direttamente da casa tua. Come mio solito la fortuna mi aveva girato le spalle.
Lo spettacolo non era dei più incoraggianti: vento dal mare con un centinaio di metri di schiuma che arrivavano anche un po’ di traverso. Vista dall’alto, quella baia rimaneva però sempre uno spettacolo incredibile.
Getaria, piccolo paesino al nord della Spagna era e sarà sempre una perla dei Paesi Baschi. La giornata senza sole non mi stava entusiasmando così tanto. Le onde erano abbastanza lunghe da poterle cavalcare per almeno sessanta metri. Nella camera da letto avevo scaraventato tutte le mie valigie, comprese le sacche con le tavole. Le mute erano state al solito riposte dentro una busta del supermercato sotto casa.

Tirando fuori il mio nove piedi da quella sacca, che aveva l’aspetto un foglio di domopack, senti il classico odore di paraffina alla fragola.
Mentre la vedevo così abbozzata, così vissuta, ripensavo alle tante surfate e stranite prese con quel bel pezzo di poliuretano colorato di giallo canarino e bianco.
La baia di Getaria si estende per circa cinquecento metri formando una semicirconferenza; il vento era un nord-ovest che mal si conciliava con l’esposizione di quel lembo di spiaggia. Era incredibile come tra centinaia di km di muraglie a picco sul mare potesse esserci un banco di arena naturale portato lì da chissà quale corrente. Scendere le scale fino alla spiaggia mi riportò alla mente la scena iniziale del film ”Un mercoledì da leoni”. Matt Johnson scendeva a fatica le scale distrutte del suo spot perché era troppo ubriaco.
Io più che dall’alcool ero ubriaco di sonno e di stanchezza del viaggio del giorno prima. Erano quasi le 6.00 e avevo tutto il diritto di essere stanco e poi non c’era nemmeno un surfista locale in acqua e quindi potevo considerami “Il padrone dello spot”.

Le solite scene viste e riviste come l’asciugamano intorno alla vita come se alle sei della mattina ci fosse qualche d’uno interessato ai miei coglioni; la muta che ti sale fino alle palle e che ti sveglia tanto e’ umida. Insomma dopo aver fatto una decina di minuti stretching con la parte superiore del corpo, guardavo le serie di volta in volta più regolari venire dalla destra della baia. Dal picco centrale si formavano una sinistra più corta e ripida e una destra che affettava la baia sino a riva.
Mettere il piede in acqua è sempre un’emozione unica. Ogni volta mi venivano in mente scene della mia vita, non per forza di surf. Le bestemmie che si tirano nel sentire freddo ai piedi sono sempre molto creative. Mi sentivo bene quella mattina, non mi dava fastidio nemmeno la spalla che mi aveva fatto penare negli ultimi anni.
Sulla sinistra della baia c’era una corrente che senza faticare ti spingeva verso fuori e in un battere di ciglio mi trovavo solo, nel mezzo della baia con tutto paese che silenzioso dormiva.
Le serie erano forse più grandi di quel metro e mezzo che sembrava da fuori e stare lì solo non mi rendeva poi così tranquillo.
Dopo 10 minuti erano più le volte che avevo tentato di evitare schiume e bevute varie, che le onde surfate. Poi di colpo, la fortuna di essere seduto su un nove piedi e non su una tavola corta, mi fece notare una massa più consistente che si avvicinava alla line-up.
Mi trovavo troppo spostato rispetto al picco dell’onda, quindi cercai di remare il più forte possibile verso il punto di rottura dell’onda.
Ero in ritardo e l’avrei sicuramente persa. Decisi allora di indirizzare la prua verso il largo nella speranza di trovare la sorella maggiore.
Dopo essere sollevato di un paio di metri con la schiena tutta inarcata per non essere travolto, mi trovai davanti una parete ancora intatta di circa due metri. Girare il long da seduti è forse una delle cose che più ti fa sentire un ragazzo degli anni sessanta. La prua a circa trenta cm dai miei pettorali. La schiena inarcata come un arco e una pressione sul mio legno che lo manteneva a pelo dell’acqua. Ero pronto, veloce, la remata composta, potente e la piccola si irripidiva. Con la coda dell’occhio controllavo la sezione dell’onda. La prua della tavola era perpendicolare alla parete dell’onda. Aumentavo la velocità.
Con la coda dell’occhio capii che l’onda mi permetteva di ritardare il take off quel tanto da poter essere più veloce sulla parete. Mi sbagliavo: avevo lasciato troppo spazio alla foga di quel due metri di massa liquida e una volta in piedi la tavola era già parallela alla parete. Inconsciamente avevo fatto una partenza degna di un onda hawaiana, con un “bottom turn” bello largo e con una velocità tale che lo struscio del leash, fece fischiare la tavola.
Ero solo, felice, padrone del mezzo. Avevo ricevuto questo gioiello del mare e già mi ripagava delle ore passate in macchina. Ero nella più classica delle posizioni “classiche” del longboard: dritto sulle caviglie con una posizione quasi dinoccolata.
Mi era sempre piaciuto, quel modo di intendere il surf, fatto di movimenti lenti e di rispetto per l’acqua che si percorre.
Era sempre stato un tipo di surf, da me considerato di serie B, ma un giorno, anni prima vidi in Francia dei signori sulla cinquantina che diedero vita ad uno degli spettacoli più unici che avevo mai visto. La tavola lunga è puro stile.
Peraltro quell’onda, quella benedetta onda, anche se lunga, non era certo il paradiso per il mio nove piedi giallo.
Nell’inside la parete si fece più ripida e senza nemmeno accorgermene le ginocchia cominciarono a flettersi verso il basso. Le palme delle mani quasi a sfiorare la coperta del mio legno e lo specchio liquido che mi chiudeva sopra fino a creare quella zona d’ombra che rappresenta il sogno di ogni surfista.
Mi trovavo nel “Cuore del mondo”; chiuso, protetto, veloce, felice, disposto anche a bere qualche gallone d’ acqua in caso di caduta. Però ero lì!!!
I secondi diventavano giorni, mesi, anni. Tutto si ferma e anche il battito cardiaco si arrestò per qualche secondo. Poi quella parete liquida che doveva essermi alleata cominciò ad arricciare e proporzionalmente io mi abbassavo sulla coperta del mio legno. Poi quando però il suono dell’acqua si trasformò in un frastuono capì che non avevo più scampo. Dovevo rilassarmi e farmi trasportare da quella forza della natura.
Era quello il segreto che mi avevano rivelato alcuni amici australiani.
“Quando capisci che non ce la fai più, che l’onda ha preso il sopravvento devi diventare tutt’uno con quella forza cinetica, rilassati e lei avrà cura di te.“ mi dicevano sempre quei cari ragazzi.
Loro riuscivano a stare sotto l’acqua per un periodo assolutamente fuori dal comune, io non ero un supereroe come loro. Al massimo potevo resistere una decina di secondi, poi avrebbe preso il sopravvento il panico. Trovarsi in mare rivoltato, con l’effetto lavatrice che ti sballotta in ogni direzione e con l’ossigeno che pian piano, svanisce non era la cosa che più mi piaceva di quello sport.

Ad un tratto mi accorsi che la consistenza del mio corpo era diventata pari a quella dell’acqua, ero diventato come un pesce; addirittura potevo respirare attraverso la bocca.
Chissà per quale strano fattore, i miei polmoni riuscivano a trasformare l’acqua salata in ossigeno.
Era uno spettacolo incredibile, poter fare quello che avevo sempre sognato: stare in fondo al mare e respirare senza l’ausilio di bombole. Credo che sia un po’ il sogno di ogni essere umano, come quello di volare come un uccello; stare sott’acqua e’ un qualche cosa di così lontano dall’uomo che sembra essere uno dei sogni più ricorrenti. Sogno che spesso facciamo quando siamo bambini, ma non solo.
L’acqua era torbida. Non sentivo più nemmeno freddo tanto ero felice. I capelli si muovevano come delle alghe sottomarine. Mi fermavo a guardare i miei capelli come fossero un corpo estraneo. Il riflesso della luce poi dava loro un colore stranissimo.
Ero come in estasi, senza peso, incosciente e per di più completamente a mio agio.
Non vedevo l’ora di uscire dall’acqua e poter raccontare quello che mi era successo a qualche amico.
Ogni volta che io e la mia “cricca” infatti eravamo in acqua era sempre una nuova storia, un nuovo racconto.
Ci trovavamo spesso a raccontare di onde giganti surfate, di salti con lo snowboard con mille rotazioni, di imprese epiche.
Tutto faceva brodo nelle nostre serate dove le ragazze erano in preda al panico a sentirci parlare sempre delle stesse cose. Non vedevo l’ora di raccontare al mondo di quella sensazione, di quell’onda, di quel paesaggio spettacolare, di quel paesino di pescatori.
Decisi allora di risalire sulla superficie del mare.
Tirai la testa fuori dall’acqua e la baia di Getaria era lontana dal punto dove mi trovavo. Sembrava tutto così lontano, così strano. Decisi allora di remare forte, come non avevo mai fatto: avanzavo poco a poco alla costa, ma c’era una strana corrente che mi tratteneva: dovevo razionalizzare le forze, tenere duro, non cadere in preda al panico, centellinare l’ossigeno.
Arrivai ad una scogliera dove vicino scorreva una corrente d’acqua calda: con l’elasticità di un felino mi arrampicai sopra la scogliera e più tentavo di avvicinarmi alla baia e più la strada mi sembrava lunga. Erano rocce umide e delle alghe erano sempre pronte a farmi scivolare. I miei piedi erano prensili come quelli di un orango tango. Le mie ginocchia erano perfette, dinamiche, elastiche e soprattutto non scricchiolavano ad ogni movimento.
Decisi allora di ributtarmi in acqua e tuffandomi sbattei contro qualche cosa di duro. Era una delle due metà della mia tavola che galleggiava inesorabile.
Mi sembrava incredibile aver rotto quel legno, comprato direttamente alle Hawaii e shapato da uno dei più grandi Shaper dell’arcipelago. Avevo aspettato una mareggiata degna di nota per poterla provare e le sensazioni furono indescrivibili. Dentro di me giurai che ci sarebbe stata la mia tavola per tutta la vita.
Fu però di grande aiuto quel pezzo di poliuretano espanso. Ritornai a riva dove vidi gruppo di persone intorno a qualche cosa che non riuscivo a riconoscere.
Cominciai a remare più forte. Il fiatone saliva e la forza se ne andava. Tirai un sospiro di sollievo quando misi il piede a riva anche se ero ancora elettrico dal non sapere che cosa quella gente stesse osservando.
Sentendo poi una ragazza piangere, pensai che fosse successo qualche cosa di brutto. Chiesi allora ad un ragazzo se sapesse cosa fosse successo.
Non mi rispose, sembrava ignorarmi.
Dentro di me pensai che la popolazione Basqua non era molto ospitale con gli stranieri. Ad una domanda così facile il tipo non mi rispose.
Decisi allora di farmi largo in mezzo la gente e vidi davanti a me una scena straziante. Un giovane surfista dalla corporatura esile, con i capelli biondicci pieni di alghe si trovava a pancia sotto sulla sabbia.
Delle gocce di acqua fredda ancora scendevano dalla sua fronte ed un leggero vento cominciava a coprirlo di sabbia scura. Stavo immobile a guardarlo e a pensare a come la vita a volte era così strana, così rapida, fugace. Oggi ci sei domani chissà. Che sfortuna, che tragedia. Osservavo questa giovane anima che se ne era andata.
Un corpo ormai spento, una muta ancora bagnata e la sabbia attaccata ai capelli.
Cominciava girarmi la testa: era la prima volta che mi trovavo di fronte a un corpo senza vita. Ero in preda a degli attacchi di panico e cominciavo anche a tremare. Non tremavo per il freddo, ma perché avevo paura di me stesso, di quella ennesima strana sensazione. In fondo la morte al pari della vita è la cosa più naturale del mondo. E’ uno degli avvenimenti viene ricordato più a lungo. Forse era più l’idea che quel ragazzo potesse avere la mia età ad impressionarmi. Non avevo voglia di guardarlo, di godere di quell’assurda novità come stavano facendo il resto dei presenti. Ma era più forte di me: era quasi una attrazione magnetica, una calamita puntata sui miei occhi. Poi guardai i suoi piedi e notai che alla sua caviglia era attaccato ancora il leash ed al leash un pezzo della sua tavola rotta. Decisi di raccoglierla, ma un’onda di risacca fece rivoltare la tavola e osservai come la stessa fosse realmente simile alla mia e come me, anche lui fosse sponsorizzato: “ Friends of Aikau “. Stessa colorazione, stesso spessore, addirittura stessa riparazione fatta sul bordo della poppa, oramai ingiallita. Non potevo credere ai miei occhi, era la mia tavola e quello: ero Io.

Il sole intanto saliva rapidamente, così come la vita era spirata via velocemente in quella fredda mattina di agosto. Io come Eddie Aikau tornai verso il mare, mia unica, dolce casa ed ero felice sereno come non lo ero mai stato. Nuotando verso il largo, il sole si tirava su pieno di colori, forza e calore. Mi salutava, mi rincuorava e fu l’ultima che cosa che guardai prima di immergermi verso il profondo di una nuova vita.Una nuova stella era sorta quel giorno, e tutta Getaria era stata testimone di tale nascita.

The End

Che fine hanno fatto?

Il Secco: purtroppo per lui non vive alle Hawaii. Non ha a che fare con motori “marini” anche se sempre di motori si occupa. Vive a Roma e sta per arrivare un piccolo Secco, a breve. Porta ancora gli stessi baffi.

Il Pezza: dopo tre figli, una moglie e dopo aver girato mezzo mondo, anche lui si occupa della sua famiglia e di alcune attività alberghiere.

Marcelo: dopo aver lavorato per il governo Australiano si dedica all’insegnamento dell’inglese per alcune scuole apponesi. Il suo sogno sarebbe quello trasferirsi ad Ilhabela.

Erika: volto noto della televisione brasiliana per aver partecipato alla trasmissione “No limite”: fa la modella e l’indossatrice ed è apparsa su importanti “copertine” internazionali.

Carol: con una laurea in legge e qualche decina di master lavora per la Comunità Europea nella sede distaccata di Valencia. Si sposerà a breve col suo nuovo ragazzo “italiano”.

Ramon: continua a vivere e a sorridere sulla spiaggia della Malvarrosa. Chiunque capiti da quelle parti può incontrarlo davanti alle statue dei delfini. Che Dio lo benedica.

Titus Kinimaka: uomo immagine della Quicksilver (marchio di abbigliamento surf) suona, surfa e controlla la spiaggia (come suo cugino Eddie).

Optic illusion: il gruppo non è mai esistito anche se secondo me potrebbe essere un nome azzeccato. La loro storia è ispirata a quella della nota band “Morphine” il cui povero cantante morì durante un concerto tenutosi vicino Roma(Palestina per essere precisi).

Eddie Aikau: quest’anno si è tenuto il contest a lui dedicato. Erano diverse anni che non si svolgeva a causa della dimensione delle onde. Troppo piccole! Dopo tanti anni Eddie è ancora presente nella vita degli hawaiani e soprattutto nella mia. Pace!

P.s. Ogni riferimento a persone, cose, luoghi o animali è del tutto occasionale e frutto della mia fervida immaginazione. Spero che nessuno si sia offeso.

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