Artworks | 5 novembre 2007

Eddie vedder: storia di un surfer entrato nella storia del rock

San Diego, 1990. Immaginate un giovane che lavora ad una pompa di benzina, ha la passione del surf, e nel tempo libero canta nei Bad Radio, una band locale. È un ragazzo difficile e tormentato, visto che ha da poco scoperto che l’ uomo credeva fosse suo padre in realtà non lo è.
Ora spostiamoci a Seattle, e facciamo anche qualche passo indietro nel tempo. Siamo nel 1987, e i Green River, gruppo formato da Jeff Ament e Mark Arm, si sono appena sciolti. Dai suoi resti lo stesso Ament, insieme a Stone Gossard, Bruce Fairweather e Andy Wood dà vita ai Mother Love Bone, che pubblicare un Ep, Shine, nel 1989.

Anche questo gruppo è però destinato ad avere vita breve: Wood muore per overdose proprio mentre la band ha in cantiere il suo album d’esordio, Apple, che verrà pubblicato postumo. Ma l’amore per la musica guida Ament e Gossard verso la luce. Così, insieme a Mike McCready e Matt Cameron, incidono un demo che da lì a poco sarebbe diventato l’esordio dei Pearl Jam.

Intanto Cameron lascia la formazione per entrare stabilmente nei Soundgarden; viene rimpiazzato da Dave Krusen e Jack Irons, amico della band ed ex batterista dei Red Hot Chili Peppers, fa sapere al gruppo di conoscere un cantante che farebbe proprio al caso loro. Così prende i nastri e li spedisce a San Diego, a casa di un giovane che lavora a una pompa di benzina e ha la passione del surf.

Il giovane si chiama Eddie Vedder.

La leggenda racconta che Eddie scrisse i testi delle canzoni contenute nel demo speditogli dopo una mattinata trascorsa tra le onde dell’Oceano, e i risultati furono Alive, in cui racconta il suo rapporto con il padre, Once e Footsteps.

Eddie sale su un aereo diretto verso la città del grunge ed entra a pieno titolo nella storia del rock. Ten, pubblicato nel 1991, è un esordio da undici milioni di copie, e insieme a Neverminddei Nirvana diventa il manifesto dell’ epoca grunge, anche se in realtà presenta spiccate caratteristiche rock e post-punk. Ma oltre alla loro bravura, i Pearl Jam hanno una marcia in più rispetto alle formazioni che in quegli stessi anni si contendevano lo scettro di Seattle: il loro frontman. È proprio grazie a Vedder infatti, che la band riesce a mantenersi unita nei momenti di maggiore difficoltà e a non cadere nelle trappole autodistruttive che invece hanno messo la parola fine a gruppi come Alice In Chains e agli stessi Nirvana.

E anche nel periodo più difficile, quello del dopo grunge, quando era ormai passata la voglia di ascoltare canzoni con atmosfere cupe che spesso raccontavano storie di vite ai margini, Eddie e la sua band hanno avuto la forza di guardarsi dentro e cambiare. Cambiare per sopravvivere, per non perdere la propria identità. Così, mentre molti suoi illustri colleghi si cimentavano a raccogliere eredità pesanti (vedi Chris Cornell che sostituisce Zack de la Rocha nei Rage Against the Machine, poi Audioslave), o si imbarcavano in progetti più o meno credibili (Scott Weiland con i Velvet Revolver), Vedder ha sempre avuto la pazienza di aspettare, per poter fare la cosa giusta. Oggi, dopo sedici anni di onorata carriera, fatta anche di alti e bassi ma vissuta sempre da protagonista, il leader dei Pearl Jam trova la forza di pubblicare il suo primo album solista, che da anni era nell’ aria e che i suoi fan bramavano impazienti.

Into the Wild, colonna sonora dell’ omonimo film, è il disco che in molti attendevano, ma che in pochi avrebbero scommesso sarebbe stato proprio così. Canzoni semplici, piccoli gioielli acustici, poche note ma le migliori, quasi che Eddie volesse trasmettere ai suoi fan quella pace e quella serenità che lui, nonostante tutto, non ha mai perso.

di Fulvio D’Andrea
www.delrock.it

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