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Going to australia

Stefano Politi Markovina è un surfista-backpacker di Legnano, cittadina in provincia di Milano, il cui amore più grande è viaggiare.
Ha visitato 47 paesi con il suo zaino in spalla, dai quali viaggi ha tratto dei racconti e un nutrito numero di immagini.
Tutto ciò che è scaturito dai suoi viaggi è racchiuso in un sito web da lui stesso realizzato, www.backpacker.it, che costituisce ormai una importante banca dati dove, oltre ai resoconti dei singoli viaggi, è possibile trovare link utili per organizzare un viaggio indipendente, bibliografia attinente, forum dedicato ai backpackers e tanti altri contenuti interessanti.
Il racconto che segue rappresenta il resoconto di uno dei primi viaggi di Stefano, che gentilmente ha messo a disposizione per tutti gli utenti di Surfcorner.it. Parla dell’Australia, terra da sempre cara a tutti i surfisti.
Questo racconto, insieme ai tanti altri diari di viaggio e informazioni utili raccolte da Stefano, si trova su www.backpacker.it.

In viaggio verso Sydney, Australia
Ottobre 1994

Una impressionante sciara di fuoco alimentata dagli incendi che improvvisi divampano a catena accompagna il mio viaggio di oltre 1200 chilometri che dal Queensland mi sta portando a Sydney.
E’ un classico rituale che si ripete ogni anno sulla falsa riga di una tragedia annunciata. All’inizio della primavera australe la piaga degli incendi sale di diverse ottave e la terra dei canguri si trasforma in un gigantesco barbeque dove come tanti mazzi di fiammiferi prendono fuoco sterminate foreste di eucalipti e boscaglie.
A farne le spese sono soprattutto i koala, penalizzati dalla mancanza di riflessi immediati e dalla scarsa agilità nel muoversi. Si tratta di incendi di rado dolosi e che piuttosto sembrano seguire un ciclo preciso della natura, uno degli otto individuati dagli aborigeni australiani.
Dopo pochi mesi, infatti, dagli eucalipti anneriti dalle fiamme la linfa vitale riprenderà a circolare dalle radici al resto della pianta rigenererando così nuovo fogliame e nuova vita all’albero.
La furia devastante di questa Caporettto di fuoco ha finito con il lambire la periferia di Brisbane e non ha neppure risparmiato Fraser Island, la più grande isola sabbiosa al mondo.

Il conducente di un pulmino di proprietà di un ostello di Hervey Bay mi concede un passaggio fino a Brisbane. Percorriamo una strada a doppio senso di marcia che la segnaletica con eccesso di ottimismo definisce autostrada. Ma di autostradale qui c’è solamente la velocità a tavoletta del pulmino!
Tom, così penso che si chiami l’improvvisato Nuvolari, in barba ad ogni limite di velocità, si sta recando in città per prelevare qualche saccopelista desideroso di recarsi a Fraser Island.
Nella torrida mattina con il termometro lanciato già oltre i trenta gradi come sentenzia un simpatico meteorologo alla radio tra un vecchio brano dei Midnight Oil e la sempre più gettonata Seven Seconds di Youssou N’Dour, gli incendi nell’ entroterra avvolgono il viaggio in un acre odore di fumo e cenere portata dal vento. Da Brisbane a Byron Bay su un più sicuro autobus Greyhound. Giusto il tempo di vedere a bordo la fiaba di Aladino rivisitata da Walt Disney, oltrepassare gli orrori architettonici di Surfers Paradise, una impressionante colata di cemento distesa sulla costa in un susseguirsi di grattacieli e assurta a meta turistica in azzardabile gemellaggio con Benidorm o Waikiki, ed eccomi a Byron Bay.

Questa amena località si é sviluppata solo negli anni sessanta quando alcuni surfisti in cerca dell’ onda perfetta scoprirono dei bellissimi spot proprio sotto il promontorio di Cape Byron, il punto più ad est del paese. Decisero di fermarsi qua per sempre in nome di quella loro innata e sana etica fancazzista all’ insegna del surfare prima e dello scopare e farsi le canne poi. Sono passati oltre una trentina d’anni da allora, ma ancora oggi lo stile di vita di gran parte di questa comunità, che annovera più o meno cinquemila anime, sembra essersi fermata a quei tempi.
Spirito ecologista e anticonformismo da vendere sono una elementare equazione di vita a Byron Bay e basta un nonnulla per socializzare, specie se si condivide l’ amore per il surf.

Oltre che di fratelli surfisti, Byron Bay prolifera anche di negozi di surf (ovvio!), librerie specializzate in tutto ciò che è zen, erboristerie, centri di yoga, birrerie, concerti rock e bazar che propongono un semplice artigianato fatto di t-shirt dagli slogan ovviamente naturalisti e pacifisti e di variopinte collanine e borse di pelle.

Il rispetto per l’oceano dove surfisti e delfini cavalcano assieme le onde, rasenta addirittura l’esoterico: Il mare é il nostro dio e le onde sono il nostro pane quotidiano; nessuna altra droga al mondo ti fa godere più del surf, nemmeno la figa!, sentenzia David Lawrence. E’ venuto addirittura da Perth per surfare e per sbarcare il lunario si esibisce con il basso nei locali della costa. Sta meditando di trasferirsi da queste parti. Nell’invitante piscina dell’ostello tirato a lustro e che mi ospita da alcuni giorni faccio conoscenza con Louis, una simpatica ragazza olandese bionda di capelli e spruzzata di lentiggini in volto. E’ romana di adozione, ma da diversi mesi ormai gira per l’Australia . Ha nostalgia di Roma Capoccia e di tutti gli amici lasciati la e a fine anno farà ritorno in Italia; con un buffo acquisito accento romano mi confida entusiasta che sta progettando di metter su un proprio business: organizzare, come da tempo fanno in molti qui in Australia, un pulmino che accompagni i saccopelisti e in genere i ragazzi dal budget limitato in giro per l’Italia meno battuta dal turismo di massa. Un modo questo di viaggiare alternativo al treno, assai meno costoso dell’aereo e ideale anche per socializzare con altri giovani. Vuoi venire anche tu? mi fa e io ribatto: Come socio d’affari o come saccopelista?

Sono di nuovo in viaggio verso Sydney. Tappa successiva: Newcastle, anonima e grigia proprio come la sua omonima città inglese. Hoy boy! Sono ospite a casa di Sue Ellen, una maestra elementare conosciuta a Hervey Bay e versione australiana di Bette Midler per via di quella sua esuberante simpatia e per quel brillante spirito estroverso così sempre allegro e trascinante nella conversazione.
In questo luminoso mattino di inizio primavera mi ha gentilmente offerto un passaggio in auto fino a Sydney dove deve recarsi per una visita medica. Sull’autostrada (vera stavolta!) che si snoda tra laghi e dolci colline ricoperte di macchie di eucalipti risparmiati dagli incendi, il traffico verso la città, ormai alle porte, si sta intensificando sempre più. I semafori rossi che tra poco si moltiplicheranno, l’ora di punta, la coda al casello per pagare il balzello per varcare il ponte disteso sulla baia, chissà che altro ancora, la faranno arrivare di certo tardi all’ appuntamento, ma a ciò non sembra dare particolare adito. No worries dice sorridendo: la classica risposta che tutti gli australiani hanno sempre pronta sulla punta della lingua come panacea contro sfiga, imprevisti e disgrazie di ogni genere.

Come recitava a proposito la legge di Murphy? Se qualcosa deve andare storto stai pure certo che sarà così! Ma se sei in Australia fregatene!

King Creek, Northern Territory, Australia
Ottobre 1994

L’uomo non guarda mai il cielo perché lo vede sempre (LAMARCK)

Mi sono destato all’improvviso a notte fonda racchiuso nel dolce tepore del mio sacco a pelo; l’impressione è quella di aver dormito una vita. Invece no, sono appena le 2.
Eppure non c’é più traccia alcuna della stanchezza che già alle dieci di ieri sera mi era piombata addosso come un colpo di scure. Non arde più quel fuoco che aveva allietato il dopo cena della simpatica compagine e accanto al quale ci eravamo esibiti a turno con il didgeridoo (senza molto successo, a dire il vero).
Tutto tace adesso mentre gli altri proseguono beati il loro sonno. Il silenzio si sfalda solo al sibilare inquieto del vento che agita le fronde polverose di un vicino albero e urta il crescendo di smarrimento e inquietudine nel mio contemplare solitario questo firmamento in versione technicolor. L’estensione naturale di solitudine e di desolazione che per migliaia di chilometri si irradia inesorabile verso ogni direzione é pari solamente all’infinita volta celeste che diluisce la notte stigia degli Antipodi in uno spettacolare e nitido arazzo di galassie e costellazioni, di stelle cadenti e di satelliti in orbita.

In questo remoto punto, ombelico del più primitivo dei continenti, che pare fluttuare nello spazio temporale-geografico del nulla eterno, da quarantamila anni la notte incombe alla fine del giorno come un’arpìa nera color pece.
Il buio é pari solo all’eterna oscurità che traspare dall’oblò di una astronave che sfreccia nello spazio, mentre la trasparenza cristallina della luce finisce con il trasformare il cielo in una sfavillante Broadway stellare sospesa lassù tra la Via Lattea e la croce del sud. Ieri l’altro ci eravamo messi in viaggio verso i monti Kata Tjuta. Per gli aborigeni un tempio votivo da millenni; ai nostri occhi, più semplicemente dei panettoni di granito rosso che pioggia e vento hanno corroso e limato in profili geometricamente netti a rompere il monotono piattume di questo deserto.
E’ un viaggio che imbocca improvvise deviazioni, fa retromarce, si allunga, non da adito alcuno all’orologio, ma si asseconda perfettamente alle nostre regole di appassionati fotografi desiderosi di immortalare ogni scorcio, ogni prospettiva cristallina che questo deserto concede lungo il tragitto percorso. Sembravamo i Flinstones in vacanza. Sulla mitica Barina noleggiata ad Ayers Rock, Lutz non faceva altro che millantarsi di tutto, anche di inesistenti abilità navigatoriali: Ma quali cartine, a me basta seguire il mio istinto! e di fatti, al primo bivio, il buon teutone imbocca la strada sbagliata.
Dietro, le ritrovate Anna e Mariangela, provette infermiere di Trento a spasso per la terra dei canguri senza sapere quasi una parola di inglese, non facevano che propinarci canti alpini a iosa (?) che andavano a mescolarsi in un improbabile cocktail di note con il rock degli Yothu Yindi trasmessi dall’autoradio.

I chilometri si squagliavano sul grigio nastro d’asfalto che taglia in due la sconfinata distesa di sabbia rossa. Fuori, l’aria arroventata, di tanto in tanto, innalzava ai lati della strada improvvisi mulinelli d’aria turbolenti generati dal calore rifranto dalla superficie desertica contro il cielo. Trombe d’aria in miniatura che gli australiani con ilarità chiamano dust devils.
Tra le gole dei monti Kata Tjuta l’aria bruciava come la bocca spalancata di un forno, le nostre taniche di acqua da 4 litri si erano esaurite in poche ore, mentre un esercito vischioso di mosche ci aveva tenuto compagnia facendoci riscoprire tra noi la naturalezza delle pacche sulla schiena e sulle gambe e il piacere di far fare ginnastica a braccia e mani per allontanare questi autentici simpaticoni dai nostri volti. Ci pareva di dominarle queste montagne con la nostra sola presenza.
Gran parte dei turisti viene nel deserto solo per andare ad annidarsi come api su e giù per l’Uluru con i soliti risentimenti di rito degli aborigeni. Questi monti finiscono così con l’essere ingiustamente quasi ignorati del tutto. Eppure affascinano più del cugino Uluru nella loro sontuosità più massiccia e solenne. Al tramonto, svelano tutto il loro maestoso fascino sprigionando dal curioso colore della roccia infinite tonalità di rosso che cambiano all’impercettibile mutare della luce. Accade la stessa cosa anche sull’Uluru, ma qui il fenomeno si amplifica riflettendosi su ognuno degli innumerevoli panettoni che vanno a comporre questo gruppo di montagne partorite dal nulla.

Il vento, sul finire del giorno, si leva improvviso e soffiando attraverso gli stretti canyon sulle quali pareti in reconditi incavi gli aborigeni hanno dipinto fin dalla notte dei tempi sacri murales dal significato a noi precluso, crea un concerto di suoni che echeggia tra le labirintiche gole di questo anfiteatro naturale. Non dura molto. Con le prime stelle le montagne ripiombano nell’innaturale silenzio del deserto. Prima però c’è giusto il tempo per Anna di amplificare un suo urlo verso tutte le direzioni. Una iguana lunga un metro che si stava crogiolando agli ultimi raggi di sole le ha fatto una linguaccia. La sensibilità delle donne! Tra poche ore, all’alba, ci attenderà il King Canyon prima di puntare verso Alice Springs.
Provo allora a rigirarmi nel mio sacco a pelo nella speranza di poter ritrovare finalmente il sonno latitante quando ecco che i miei occhi incrociano a pochi metri di distanza quelli di un dingo all’avanscoperta del nostro accampamento. Si muove con circospezione, guardandosi attorno timoroso, alla vana ricerca di qualche avanzo. Ripenso a qualche sera fa, quando al resort di Yulara mi era stato rubato il sacchetto della spesa inavvertitamente lasciato dal sottoscritto fuori dalla tenda di Lutz e contenente tutti gli ingredienti per preparare una lauta et abundante cena. Mi aveva allora apostrofato una sagoma australiana con fare divertito: A quanto pare l’olfatto dei dingo è stato più veloce della tua fame!, aggiungendo poi a mo’ di gettone di consolazione: No worries, mate, sai, capita spesso ai turisti da queste parti.
Mi rodevano il fegato per l’incazzatura difficile da smaltire e lo stomaco per la fame ormai dirompente. Il fortunato ladro non aveva poi dovuto faticare tanto. La cena gliela avevo praticamente servita su un piatto d’argento.
Eppure, vuole il caso, che il furto fosse avvenuto in concomitanza con l’arrivo di un’ampia comitiva di napoletani, catapultati forse da un charter qui nel vicino hotel recentemente tirato su di fretta. Sfumata l’idea di cucinare e dinanzi ad un hamburger di cammello fumante nell’unico ristorante per un raggio di alcune centinaia di chilometri, ancora mi chiedevo chi potesse essere stato l’autore del furto gastronomico, anche se ormai non aveva più molta importanza a dire il vero. Mi ero come mio solito scritto una cartolina da spedire a casa e poi, fugati gli ultimi dubbi, avevo voluto convincermi del vero colpevole.
Mica si può dare sempre la colpa ai dingo, no?

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