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Surf e religione, dio, l’onda e la tavola: i pastori del surf

Predicatori scampati al suicidio, volontari per lo tsunami, che diffondono la parola del Signore sulle spiagge di mezzo mondo

NEW YORK – Lo sport preferito dei cristiani d’America? Il surf. Lo rivela il New York Times, secondo cui l’ultimissimo trend, tra i gruppi religiosi protestanti delle isole e zone costiere degli States, è unire la fede al windsurf. Ovvero l’utile al dilettevole. «Il fenomeno ha una funzione squisitamente terapeutica – spiega l’autorevole quotidiano – il surf aiuta a superare crisi esistenziali che rischiano di portare al suicidio, all’alcolismo o all’abuso di droghe».
Ne sa qualcosa il 19enne Derrick Ontai, predicatore del gruppo di surfisti cristiani «Surfing the Nations», che alcuni anni fa è arrivato vicinissimo al suicidio. Ma poi è stato «salvato», in extremis, dalla spiritualità di un gruppo di fedeli con la tavola sotto braccio e la passione per l’onda alta. Con loro, oggi Ontai organizza, per ben quattro volte l’anno, «missioni evangeliche acquatiche» nei luoghi più poveri e derelitti del mondo allo scopo di fare beneficenza e diffondere il messaggio di Cristo. «A volte andiamo sotto i ponti a dare da mangiare ai senzatetto», dice Ontai, «Altre volte usciamo solo per divertirci». Le loro missioni «salva anima» sono culminate lo scorso marzo.
Quando centinaia di volontari provenienti da ogni parte del mondo sono calati a Arugam Bay, un villaggio di pescatori dello Sri Lanka noto come la capitale mondiale del surf, per prestare soccorso alle vittime dello tzunami dello scorso dicembre. «Quello che stiamo facendo rivoluzionerà l’immagine dei surfisti», spiega Tom Bauer, direttore di «Surfing the Nations», «siamo molto vicini come filosofia al Peace Corps, ma i nostri volontari sono anche dei provetti surfisti». Jimmy Yamada, elettricista ad Honolulu, ha deciso di unirsi al gruppo dopo che suo figlio Devon ha rischiato di morire in un terribile incidente d’auto a Bali. «Guidava sotto l’influenza della marijuana», spiega Yamada, «ma quando è tornato a casa era un’altra persona. Grazie all’aiuto di Surfing the Nations, che l’ha aiutato a guarire e a cambiare vita. Senza di loro, – aggiunge – non so che fine avrebbe fatto mio figlio». Da allora anche Yamada è entrato come dirigente nel movimento.
E il trend, secondo gli esperti, è destinato a crescere grazie alla nascita di gruppi quali Hawaiian Islands Surf Ministries e Christian Surfers Hawaii, che fanno parte di un consorzio internazionale chiamato semplicemente Christian Surfers. «Quattro anni fa i membri dell’organizzazione internazionale erano 450, oggi sono quattro volte tanti», spiegano gli esperti.
Il fenomeno è così diffuso che alcune ditte stanno già cercando di far fortuna, sfornando prodotti specialmente indirizzati ai surfisti di fede cristiana: magliette, calendari, adesivi, e persino una bibbia del surf, che contiene testimonianze di professionisti-pastori del surf. Non mancano naturalmente i detrattori che accusano i leader della setta di manipolare i giovani, per scopi di lucro. «Gli evangelici sono bravi a creare sottoculture», punta il dito David Morgan, docente di storia dell’arte alla Valparaiso University dell’Indiana ed autore di uno studio sulla cultura visiva nelle religioni americane.
Ma gente come Ontai non si scoraggia. «Ho già tirato fuori dell’armadio il mio sarong a disegni tropicali – spiega il predicatore – e mi preparo ad accogliere i turisti abbronzanti che, anche quest’estate, si raccoglieranno attorno a me in preghiera sulla spiaggia. Una bibbia in una mano e il microfono nell’altra».

Fonte: Corriere.it

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