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Per elena

di Marco Todescan

“Per Elena

La mia vera e unica onda.
Impetuosa, bellissima e pericolosa.”

– 1 –

La tavola che scorre liscia, silenziosa, come incollata a quella superficie liquida e magica che è l’onda.

L’uomo è sinuoso, leggero, un tutt’uno con la natura che lo circonda; intorno, nella sua mente, c’è il nulla.

Tutto quello di cui ha bisogno è li.

Prende questa sinistra mostruosa, la domina e si fa dominare da essa; la cavalca senza paura in una manciata di secondi che sembrano lunghissimi e forse lo sono, certamente, per quello che significano e che portano nella sua mente.

E giù, quendo il mostro ha concluso la sua furia, l’uomo si gira, sorride e unisce le mani, palmo a palmo, con le punte rivolte verso l’alto, in segno di ringraziamento verso l ‘Onda.

China il capo, mormora qualcosa, che nessuno mai saprà, e sorride, contento di essere vivo con Lei.

– 2 –

Questo sogno accompagnava le mie notti ormai da giorni e giorni, ma che significato aveva? Forse avevo qualche strana malattia cerebrale o forse ero solo teso: il lavoro andava di merda, i miei studi erano arenati come una nave nel mare d’Aral e con la mia ex donna era ormai tutto morto e sepolto.

Ma c’era dell’altro.

Quel continuo senso di insoddisfazione che mi accompagnava qualsiasi cosa facessi.

Due anni prima, a Bahia Blanca in Argentina, avevo provato un malibu, con un mare incazzatissimo, con un cartello assolutamente ignorato che avvertiva della presenza del Tiburon (che solo dopo qualche giorno scoprimmo fosse lo squalo bianco) e in quel momenti, mi ricordo, scoprii che in me c’era dell’altro, come se il contatto, seppur difficile e doloroso con l’acqua in quell’occasione mi avesse fatto capire che la mia direzione era un’altra, che il mio elemento era il mare, e che in fondo trovavo un equilibrio solo sentendo quel rumore, il frangersi delle onde, quella voce impetuosa e mai doma.

– 3-

E alla fine ci riuscii.

Ormai per l’American Express ero un ricercato internazionale, il mio bancomat piangeva solo tenendolo in mano, e i miei erano stufi di finanziare quel figlio che si mangiava i loro soldi e quelli che riusciva a guadagnarsi con un lavoro rispettabile, in cazzate, divertimenti e qualcosa di ignoto, dal profumo esotico, un naturale colore verdastro e forse un po’ illegale.

Fatto sta, che con un abile azione manageriale e qualche investimento oculato ero riuscito a raggranellare i soldi per il biglietto aereo per la sardegna, con tavola al seguito e mille dubbi in tasca.

Per la brillante azione manageriale c’è da dire che in quel periodo mi occupavo di un progetto universitario, una cosa seria e abbastanza redditizia, soprattutto per un coglioncello come me, insomma, e disponevo ovviamente di un fondo spese per le emergenze, fondo spese che ammontava a qualche milione; con un pensiero fulmineo calcolai quanto potevo prendere, quando lo potevo fare, visto che c’erano le vacanze di Pasqua e l’ufficio si sarebbe svuotato senza destare sospetti e soprattutto quando avrei potuto rimettere l’intera somma a posto, dopo averla raccimolata dal mio ormai esanime bancomat e dai miei fin troppo magnanimi genitori.

Dopo aver buttato giù questo business plan mancava solamente la somma che mi avrebbe permesso di vivere almeno 10 giorni in sarda.

Un mio vecchio amico, che saltuariamente svolgeva l’onorevolissima professione del pusher cercava sempre addetti alla vendita o solamente dei promotori che girassero con il prodotto e riuscissero a concludere l’affare.

Diciamo che il portafogli clienti non era un problema, le provvigioni erano alte e quindi perché no? Feci esattamente quello che dovevo fare uscendone pulitissimo: avevo fatto un favore ad un amico, che oltrettutto mi aveva pagato, (pusher), avevo fatto un favore ad un altro amico che stava cercando questo prodotto così ambito, (cliente), e alla fine ero riuscito a mettere qualcosa da parte.

Ben inteso che io non facevo, e non faccio, commerci del genere abitualmente e che il mio motto è “il fine giustifica i mezzi”come direbbe il buon Machiavelli, con una piccola aggiunta:…”sempre che non provochi del male al prossimo”, alla fine era andata come volevo, senza dovermi sporcare le mani.

– 4 –

Biglietto andata e ritorno, partenza da Verona, una volta arrivato ad Olbia, il nulla…nessuno che mi aspettasse a braccia aperte, che mi prendesse le valige o che mi baciasse…ma in fin dei conti era quello che volevo.

L’esperienza “on the road” era quello che mi ci voleva in quel periodo: troppo stretto nella morsa di genitori eccezionali ma oppressivi che giocavano a fare i moderni, abbastanza annoiato dalla vita, e purtroppo, cosa ben peggiore, senza grossi stimoli.

Il solo pensiero di ricongiungermi alla natura, a Madre Natura, mi accendeva il fuoco nelle vene, mi faceva ricordare di essere uomo, e non solamente un impiegatuccio, sebbene non lo fossi, da 2 milioni al mese, tredicesima e bei sorrisi sulla faccia.

Avevo bisogno della scossa.

Quella scossa che in tutta la mia vita avevo provato, cercando di dominare l’onda, che poi è la metafora della vita, che è libera, che può essere dominata, ma che è imprevedibile e che prima o poi finisce.

La scossa, dicevo, l’avevo avuta visitando il sito del Risky, leggendo “Il delfino”, amando “Bodhi” di “Point Break” e piangendo per i ragazzi del “Big Wensday” e di “Endless summer”.

Mi sentivo, e accettate il paragone per quello che è, come il Richard di Alex Garland nel romanzo “L’ultima spiaggia”, niente a che vedere con l’hollywodiano”The beach”.

Anyway, alla fine ero arrivato.

L’essere guardato come un alieno mentre vagavo per l’aeroporto con il mio minimalibu sotto braccio mi faceva sentire bene: “cazzo guardate?…..io posso dire di sentirmi vivo e voi?” legati al dover apparire ad ogni costo, con la consapevolezza di fare le ferie di Pasqua in sardegna, con il telefonino dell’ultima generazione in mano, con il set da 12 valigie di Vuitton, tutti uguali, tutti in serie, tutti con la casetta in costa smeralda!

Non ho niente contro di voi, ma non mettetevi sulla mia strada!

E poi ci fu il destino.

Il destino c’è sempre ma in particolari momenti si fa sentire più vivo e presente.

Sono sul viale fuori dall’aeroporto, con le palme e il sole che fa capolino, e mi sto chiedendo se è meglio fare l’autostop fino alla destinazione più vicina ad Alghero o se noleggiare una macchina di merda e dirigersi verso il nord un paio di giorni e poi verso l’est, precisamente Capo Mannu.

In quell’attimo squilla il mio vecchio cellulare, l’unico bene realmente consumista che mi ero concesso per quella vacanza purificatrice………..

-si….

-sono Morgan, dovresti essere appena arrivato, vengo a prenderti amigo.

-si, ma…..pronto?

-………………..

– 5 –

Morgan è uno di quei classici tipi che quando ci sono passano inosservati e quando non ci sono, la gente non si preoccupa di dove possano essere.

Classico: figlio di genitori separati, con qualche problema di inserimento nelle compagnie, un po’ ai bordi.

Forse troppo sveglio per farsi coinvolgere dalle cazzate giovanilistiche e troppo poco per godersi la vita.

Fatto sta, che io Morgan lo conobbi in terza media.

Anni in cui bisognava essere panozzi altrimenti si era off, anni in cui la standardizzazione faceva da linea guida, anni in cui, io piccolino, timido e forse molto insicuro, dovevo trovarmi un leader a cui ispirarmi, o un mito o un qualche cazzo mi desse sicurezza.

Ribadisco, erano degli anni bui, difficili, mi servirono per imparare e crescere, e la Prof.ssa Milani, quando ci unì di banco, riuscì a compiere il miracolo: fondamentalmente, due disadattati che o venivano mangiati dalla società o si facevano forti con le loro forze.

Con Morgan, crebbi, riuscii a mandare a fan culo i bulli della scuola senza dover scappare e tenendo lo sguardo fisso, riuscii a confessare le mie prime cotte, a consigliarmi e a consigliare in amore, ci facemmo le prime canne, partorimmo le nostre prime idee politiche e partecipammo alle prime manifestazioni, vedi il I° maggio a Roma, e tutti cazzi del genere.

Piangemmo assieme, ridemmo assieme, insomma momenti epici e figure misere, ma il tutto vissuto sino in fondo.

Si era consolidata una coppia, un embrione.

Poi, e sembra una frase fatta ma non lo è, dopo anni incerti come quelli delle superiori, dopo che io mi trovai la prma ragazza seria e lui la sua, dopo che io partii militare e lui in Erasmus, per un paio d’anni ci perdemmo di vista: né una telefonata, un messaggio, una lettera, forse per non correre il rischio di rovinare un ricordo così bello, forse perché se uno dei due fosse cambiato, si fosse ordinarizzato, la magia sarebbe sparita.

E poi…..

E poi il funerale.

Sua madre morì di cancro, così.

I medici le avevano detto anche la data della morte.

Morì in silenzio, rassegnata e impotente di fronte ad un male che non si poteva e che forse non voleva combattere.

Morgan quel giorno non ebbe una lacrima, una esitazione, affrontò tutto con fermezza.

Suo padre e lui.

Né uno sguardo, né un commiato.

Lì ci riincontrammo.

Non scambiò una parola con nessuno, ma quando mi vide, mi abbracciò e mi disse in un orecchio:

-non può finire tutto cosi….fan culo!! noi siamo nati per vivere e non per finire così stupidamente…

Subito mi lasciò, e mi disse che dovevamo partire ed andare, che c’erano delle novità e che dovevo sapere.

Per un mese non lo sentii, non lo vidi.

Provai a chiamarlo, ma si faceva negare con un crescendo di scuse inutili.

Dopo la terza o quarta volta mollai la spugna.

– 6 –

Mi venne a prendere mezz’ora più tardi, con una jeep, probabilmente americana, sfasciatissima ma stupenda al tempo stesso.

Aveva i capelli lunghi, jeans, scalzo e una di quelle maglie in cotone grezzo molto hippie.

-Ma come cazzo sapevi che….-dissi

-Tua madre due giorni fa mi ha detto che saresti partito, ed io avevo tutto il tempo per organizzare tutto.

-Organizzare che?

Mi raccontò che sua madre aveva una grossa assicurazione sulla vita.

Metà del capitale al marito, anzi ex, e il resto a Morgan.

Lui, che non era affatto stupido, decise di investire in titoli ed azioni un trenta per cento del malloppo, un venti in banca per l’università e le cazzate di tutti i giorni e il resto in una casa bellissima, sua, con una piccola baia davanti, il proprio straccio di spiaggia, travi in vista sul soffitto e vetri ovunque.

Già frastornato dalla storia, mi diede il colpo finale.

Tornato dall’Australia, eh si era andato anche li, l’aveva raggiunto anche Tyler, bel nome(v. “P.B.”), che innamoratissima di lui si era trasferita in Italia, ufficialmente a studuare alla Luiss di Roma, in realtà a godersi questo stupendo ma ahimè effimero paradiso.

La visione della casa quasi mi faceva avere un mancamento.

Verde ovunque e li davanti il mare e gli scogli.

Mi spiegò che aveva accantonato gli studi per un po’, ma che si sarebbe laureato, e che avrebbe deciso solo allora cosa fare del suo futuro.

Tayler mi si presentò in calzoncini e camicia da uomo.

Gambe perfette, sorriso da pubblicità, capello biondo e liscio, occhi azzurrissimi e tette da sballo, sembrava presa da “Baywatch”.

In un italiano perfetto mi chiese com’era andato il viaggio e disse che mi sarei potuto fermare li quanto volevo.

Che la depandance era praticamente mia e che potevo gestirla come volevo.

Ah, piccola postilla, che tra qualche giorno sarebbe arrivata una sua amica che aveva conosciuto durante un interraill, di Brescia e si sarebbe fermata per un po’.

Dopo tutte queste informazioni così, a freddo, dovevo fermarmi un po’.

Buttai la mia sacca per terra, uscii dalla depandance, e mi sedetti sul molo, da solo a fumarmi una paglia.

Sembrava la più buona della mia vita.

Amara al punto giusto.

Il fumo che ti scendeva giù e riempiva un vuoto che pareva esserci.

Morgan silenziosamente, si sedette accanto a me.

Non ci dissimo niente.

Ascoltammo il mare in silenzio.

-Che hai fatto in tutto questo tempo?-chiesi

-Sono andato a letto presto-disse

Ci guardammo e ridemmo.

Eravamo tutti e due degli appassionati di cinema e questa era una battuta del mitico “C’era una volta in America” di Leone, e noi più volte c’eravamo immedesimati nei due protagonisti.

Gli raccontai della mia situazione, delle mie paure e ansie, di Barbara, (la mia ex), di tutta la merda che era uscita, dai tradimenti, alla cocaina, ai soldi, tutto insomma.

Gli parlai del mio amore per il surf, di quando ad Agadir, due anni prima, senza una muta, a dicembre, rischiai una congestione pur di entrare in oceano e tentare di prendere un onda marocchina.

E poi, soprattutto, del perché ero finito li.

Del fatto che volevo forse scappare da tutto e tutti e rinascere magari, come la Fenice.

Che mi serviva la Sardegna, il mare e soprattutto la tavola come tramite.

Lui mi raccontò……

Di come stava, di Tyler, di suo padre che non si faceva vedere più, di come in un baleno la sua vita fosse cambiata e di come sembrava che tutto fosse già scritto e pevisto.

Di quando aveva iniziato a surfare lui: 4 anni fa (!!!!) a Surfer Bay in Australia, mica Varazze o Marina di Ravenna, con tutto il rispetto, ma AUSTRALIA.

Del fatto che lui fosse più un soul surfer mentre io un natural surfer e che, in questo, c’era la differenza dei nostri caratteri.

All’indomani mi avrebbe portato, diciamo, ad allenarmi, vicino a casa e con onde semplici e dopo ci sarebbe stata “la sorpresa”.

-ma quale sorpresa?- sbottai

-fidati, e lasciati guidare!-

– 7 –

Ore 6.30 a.m.

Il cielo e il sole a quell’ora sembrano più vivi e vicini a noi, ma…….ke cazzo!!! HO SONNO, non voglio alzarmi così presto.

Alla prima obiezione che portai a Tyler e a Morgan, non fecero una piega, alla seconda risero e alla terza uscirono dalla mia stanza.

Certo di averli convinti a desistere tentai di riaddormentarmi quando li sentii sgattaiolare dentro e un brivido di dolore e rabbia incontrollata mi attraversò……

Mi stavano svuotando sulla schiena un secchio d’acqua gelida!!!!

-“A Samoa tutti i grandi surfisti appena svegli all’alba, si gettano nell’acqua gelida dell’oceano.

E’ il primo passo verso la purificazione….”

-“??????puri….che???ma vaffanc….Hey ma sei stato anche a Samoa?”

Ormai era andato.

Dopo circa mezz’ora passata ad asciugarmi e vestirmi, mi presntarono una colazione luculliana a base di marmellatine, burro, pane da toast appena scottato, caffe e succo d’arancia e poi via.

Tutti e tre sulla jeep, destinazione Capo Coda Cavallo.

Reef tagliente, scogli ovunque, ma onde sul metro, irregolarissime ma sempre sul metro.

Un buon banco di prova soprattutto per uno come me che non aveva mai fatto molto sulla tavola.

Il momento in cui fissi il mare, ti infili la muta e i calzari e stai in silenzio è quasi sacro.

Ti senti quasi un crociato, con l’armatura, che sta per affrontare il drago.

Il drago che sebbene sia letale, alla fine basta conoscerlo e rispettarlo profondamente.

Dopo aver passato la paraffina, Morgan mi dice:

-“Seguimi, cerca di rendere tutto il più naturale possibile; aspetta il tuo momento, l’onda con il tuo nome e cerca di non essere frettoloso, il surf è attesa e gioia, non velocità e basta!”

Queste parole mi riecheggiarono nella mente tutta la mattinata.

Morgan prese una mezza dozzina d’onde, mentre io solo tre.

Le prime due, riuscii a malapena a mettermi in ginocchio silla tavola.

Mi voltavo, come vergognandomi, verso di lui, ma Morgan mi guardava e sorrideva e continuava a ripetermi che erano tutti progressi e che dovevo andare per gradi.

La terza fu l’apoteosi: riuscii a mettermi in piedi, penso che il tutto non durò più di 5 o 6 secondi, ma la cosa fu esaltante.

Una sinistra, la attesi, iniziai a remare dandole la schiena e come per magia scelsi il tempo.

Una volta uscito ero troppo felice che non sentivo neanche dolore per tutte le botte ricevute contro gli scogli o per il fatto che le braccia mi pesavano come due macigni.

Ero un bambino che aveva appena giocato con il balocco più bello del mondo, un ragazzino che aveva gareggiato con la play station più potente o come un hacker che era riuscito ad entrare nel sistema della Microsoft ed eludere i controlli.

Ero tutto questo e ne stavo godendo.

I ragazzi si complimentarono con me.

Tornammo a casa e dopo la doccia passai il pomeriggio a dormire e a prendere il sole.

La sera, seduti attorno al fuoco, mangiammo e come vecchi marinai, ci raccontammo le storie delle avventure in mare, ingigantendole forse, ma cercando di far capire agli interlocutori cosa era realmente successo.

I giorni passavano veloci, simili l’un con l’altro; surfammo a Chia e al Rocca point, tutti e due verso Cagliari.

Le sessions per me non erano certo dei trionfi o estremamente facili, ma le difficoltà e la fatica diminuivano con il tempo.

– 8 –

Mancavano ormai tre giorni alla partenza.

La vacanza era andata dacisamente bene, ma mancava qualcosa.

La famosa sorpresa non era arrivata, e Morgan sembrava aver rimosso il pensiero.

-“Marco….c’è da andare in paese (S.Teodoro) a fare la spesa, prendi la Jeep e vai.

Io e Tyler vogliamo stare soli, intesi?”

So che la domanda di Morgan non prevedeva risposta.

C’erano stati degli intesimenti fra loro negli ultimi giorni e non volevo certo trovarmi in mezzo a delle liti tra amanti.

Inoltre non capivo un cazzo di quello che dicevano quando litigavano in quanto lo facevano in inglese e purtroppo, io oltre il canonico: “hi my name is Marco and i came from Vicenza..”non riuscivo a spingermi, figuriamoci capire due incazzati.

Quindi presi e andai.

Nel paese c’è solo un alimentari degno d’essere chiamato tale.

Come un bravo bimbo avevo la mia lista e facevo i conti su quanto potevo spendere per ogni cosa.

La cassiera, una simpatissima vecchietta sugli ottanta, mi fissava in continuazione, credo attirata dai tatuaggi, che sono il mio cavallo di battaglia per conoscere le tipe, ma non mi sembrava la situazione adatta.

Fatto sta, che perso tra la maionese, la marmellata di more e il cannonau(circa una bottiglia a pasto!!)non mi accorsi della presenza di una splendida ragazza.

Alta, formosa, occhi scuri, capelli corti, neri e corvini.

Con in mano anche lei una bottiglia del famoso vivo sardo.

Ci scrutammo, ci sorridemmo, e tutto finì li.

Uscì prima di me, prese la sua bicicletta col cestino e sparì.

Che coglioni!

Perché non ho tirato fuori le palle per andarla a conoscere?

Cazzo me ne fregava, sono distante da casa, sto bene, c’è il sole, sono giovane, bello intelligente e soprattutto surfer….ma che cazzo!

Dopo aver sorriso alla bellezza alla cassa e certo del fatto che se avessi avuto una sessantina d’anni in più sarebbe nata una bella storia con lei, guidai nervosamente fino a casa, entrai, posai le borse sul tavolo e bang!!!!!

Ma chi cazzo aveva avuto la brillante idea di lasciare un’altra borsa della spesa per terra, seminascosta da una sedia?

Fatto sta che imprecai i vari santi del paradiso, ringraziandoli poi di aver rotto solo le inutilissime uova e di aver recuperato il cannonau.

Uscii dopo aver pulito per terra e vidi sulla mia sdraio a prendere il sole la stessa ragazza dell’alimentari.

Nooooooo!Lo stronzo del Morgan mi aveva fatto proprio una sorpresa.

Avrei giocato un testicolo che lei era Elena.

Mi avvicinai e pensai tra me e me, scatta l’operazione “fiocco”!

Premessa, il “fiocco” in vicentino, è il l’abbordaggio e il successivo arrembaggio finalizzato al chiavo nei confronti di una donna che molto probabilmente non si rivedrà più!un parente prossimo della cosiddetta “sveltina”.

Nella mia testa pensavo: tattica “Ascolto”: falla parlare, conoscila, coccolala, dimostrati fidato e poi colpiscila senza pietà!

Arrivai davanti a lei, si tolse gli occhiali e con una voce sorprendentemente sensuale mi disse:

-“Ciao. Sono Elena, tu devi essere Marco, so praticamente tutto di te! Vorrei conoscerti meglio, Morgan mi ha parlato tanto.

Raccontami! Vorrei che mi parlassi di te…..”

Allora, fermi tutti.

Cioè questa, molto probabilemente, voleva usare le mie stesse armi!

Ecco qui, le donne forti del duemila, che usano l’uomo e lo gettano via.

Fan culo, terrò alta la bandiera del maschio e poi come diceva il grande John Belushi.”quando il gioco si fa duro…i duri iniziano a giocare”.

E quindi giocai.

Passai uno dei pomeriggi più interessanti della mia vita.

Ero di fronte ad una persona uguale a me, con stessi gusti e carattere, con esperienze passate molto simili e la stessa voglia di rivincita e di vendetta.

Con in mano una rosa e nell’altra un coltello.

Degli altri due nemmeno l’ombra.

La sera cucinammo, parlammo di libri, dei genitori, di sesso, di droga e rock’n’roll, di noi, del SURF, soprattutto, di Brescia, di Vicenza, dell’università e di tanti altri cazzi.

Parlammo, parlammo, parlammo e parlammo.

Lei era un misto tra una femme fatale con ancora le paure e i timori di un cucciolo appena svezzato.

Una pantera che forse ancora non conosceva le sua armi ma si limitava a giocare e a tirar fuori le unghie.

Forse ero innamorato e ne ebbi la consapevolezza quando ci fu il momento di andare a letto.

-“Beh, andiamo a letto…”dissi

Lei mi guardò un po’ sorpresa.

-“Volevo dire tu nel tuo e io….”

Era già scoppiata a ridere. Il pregio di essere un po’ impacciati sta nel fatto che fai ridere amorevolmente le donne: la vera arte sta nel colpirle al momento giusto.

Presi le palle in mano, inteso come coraggio e dissi:

-“Vorrei passare la notte con te…”

Lei senza dire nulla andò in camera mia, con un espressione tra la Gioconda e la Venere di Milo.

Ci sdraiammo sul letto e……

Iniziammo a parlare, a ridere e a confessarci le cose più assurde.

La baciai, come mai avevo fatto.

Con una delicatezza e soprattutto con un rispetto che non erano proprio consoni a me.

Ma così fu!

E la notte continuò così, intensa, veloce, dolce e misteriosa.

– 9 –

La mattina seguente mi svegliai con lei abbracciata a me, come in cerca di protezione.

Non mi ero ma sentito così, bene.

Mai con Barbara avevo provato una cosa così intensa senza, oltrettutto, fare del sesso.

Il fatto che Elena mi avesse parlato dei suoi problemi familiari e di altri cazzi era come se mi avesse affidato parte del suo cuore, e xDio, l’avrei custodito gelosamente!

Anche questa volta Morgan aveva visto giusto.

A proposito, dov’era?

Ormai erano le 8 della mattina.

Ero stato svegliato dal temporale che si stava per avvicinare.

Il cielo era carico e sembrava che stesse per iniziare l’apocalisse; il mare era in collera e non filtrava quasi luce dal cielo.

Ad un tratto entrò Morgan.

-“Vestiti! E’ arrivato il momento”

-“Momento per cosa?”

-“Sveglia, la sorpresa di cui ti parlavo….”disse

-“Hey ma non era lei la sorpresa? Io credevo che…!

-“Beh hai creduto male. Qualsiasi cosa sia successa stanotte è tutto merito o colpa tua!”

Sorrise e uscì via.

Mi preparai nel minor tempo possibile.

Niente colazione e via in macchina.

Morgan era pensieroso, forse preoccupato.

-“Forse sarà pericoloso. Ma io entro, tu fa ciò che ti dice l’istinto! Poi c’è un’altra cosa..”

e fece una pausa, indeciso se continuare.

-“Sai Marco, mi nonno era sardo. Fin da piccolo mi raccontava di un posto a Nord-Ovest, rinchiuso tra due enormi pareti di roccia. Una baia naturale in cui si incontravano i venti da Nord, da Est e da Ovest. Un posto con onde sopra i tre metri, con scogli a pelo d’acqua e venti fortissimi.

Un Eden per ogni amante delle onde, raggiungibile attraversando a piedi uno stretto viottolo tra le colline, tra i dirupi, con tutta l’attrezzatura in spalla.

Con un salto di un metro da compiere tra una sponda e un’altra, con un sacco di difficoltà, insomma.”

“Io ci sono stato giorni fa, ed è proprio così!!!

E’ il nostro secret spot, e nessuno dovrà sapere nulla.

Nessuno che non apprezzi il mare come noi, ben inteso.

A qualche altro fratello surfista degno, si, ma il resto….la massa, degna di riccione o delle spiagge affollate della Costa…… a coloro che considerano il mare la pattumiera del mondo e che credono di essere i padroni, nada….un calcio nel culo. E’ tutto chiaro?”

Le sue parole sapevano di solenne.

Non dissi nulla. Non ce n’era bisogno.

Posso solo dirvi che il viaggio in macchina durò due ore circa.

E che quello a piedi, altrettante, con tutte le difficoltà descritte, in più pioggia e vento.

Ormai era quasi l’una, e fatti gli ultimi metri in discesa dietro degli arbusti bellissimi quanto fitti avremmo dovuto vedere la baia.

Arrivammo e……..era meglio di come l’aveva descritta.

– 10 –

Sembrava che l’uomo li non fosse mai giunto.

Che non avesse mai portato la sua smania di grandezza e che soprattutto, non avesse mai mostrato il suo lato peggiore: rovinare e violentare la Natura.

Questa volta era più di una semplice session, era il motivo di tutto il viaggio.

Della partenza, dei discorsi, della passione.

Morgan era già in acqua e il solo vedere i suoi occhi che esaminavano le onde mi faceva capire non sarebbe stata una passeggiata.

Come al solito, mi mossi con calma, infilai la muta, i calzari, stesi la paraffina, feci i miei scongiuri che non svelerò. E entrai.

L’acqua era gelida, circa 10 o 11 gradi, il vento era poderoso, tra il rumore delle onde e quello del vento sembrava di diventare sordi, provocavano quasi uno stordimento.

Non mi ero trovato mai di froante a mostri di 3 metri, forse 3 e mezzo.

Tutte le volte che cercavo di remare venivo rispinto all’indietro; dovevo stare attento poi alle correnti sotteranee, forti e traditrici ed infine, in questo girone dantesco, agli scogli, posti a semicerchio, come se la cosa non fosse stata casuale, come se qualcuo si fosse divertito a delimitare la baia con questi massi, come i confini di un campo.

Morgan stava scaricando tutta la sua energia.

Prese un paio di onde perfettamente, cercò anche di tubare, ma frangevano troppo velocemente.

Sentii come un campanellino nella mia testa.

Driiiiinnn. Svegliaaaa.

L’onda che stava arrivando era per me.

Sembrava che intorno ci fosse il nulla.

Un deja vu?

Cosa dovevo capire ? Ma si, il mio sogno.

Iniziai a remare, verso la direzione di chiusura, quando sentii che stava crescendo mi inginocchiai sulla tavola, prima la sinistra, poi la destra……wow

Ero su!! E stavo anche viaggiando.

Mi voltai come per istinto a cercare lo sguardo di Morgan, lo trovai e ci capimmo.

Mi urlò qualcosa ma non era importante.

Piegai le ginocchia, tesi i muscoli, spostai il busto e strinsi le chiappe.

Era la mia onda, era il mio momento e nessuno me l’avrebbe tolto.

La magia stava per finire, e dovevo stare attento agli scogli; curvai, e mi gettai in acqua, ma prima di farlo, unii le mani a modi preghiera per ringraziare l’Onda e mi lanciai.

La fantasia inconscia era diventata realtà.

Una volta uscito dall’acqua Morgan si complimentò e mi chiese cosa provavo e se volevo riposarmi.

Risposi che volevo continuare e che non ero appagato.

Non fu d’accordo, disse che il mare stava diventando troppo pericoloso, ma ormai ero già rientrato.

Feci tutto come prima, ma non sentii il campanello, né qualche strana sensazione.

Brutto segno.

Appena iniziai a remare, l’onda mi scavalcò, inghiottendomi.

Andai a fondo come un peso morto, mentre la mia tavola veniva alzata dalla furia.

Il leach si stava intesendo.

Mi feci forza e cercai di risalire, dopo 3 o 4 secondi riuscii a mettere la testa in superficie, ma successe…..

Sempre il discorso che vi facevo riguardo al destino.

Successe che in quel momento il leach si tirò completamente e per reazione la tavola venne tirata verso di me.

Nel momento stesso in cui riemersi, la tavola mi colpì con la parte destra della poppa, due dita sopra l’occhio.

L’urto fu violento; non persi conoscenza, ma mi lasciai cadere, e mi ricordo che fu come se il tempo fosse stato al rallentatore.

Come se qualcuno avesse cambiato pulsante in questo enorme videoregistratore.

Morgan corse a soccormi.

Avevo un taglio di 8 centimetri sulla fronte, perdevo sangue, ero stordito e si stava gonfiando a vista d’occhio.

Senza togliermi né muta né calzari, mi caricò sulle spalle, e iniziò la lunga strada verso la macchina.

Lasciammo tutto li.

Mi ricordo solamente che premevo forte sulla ferita una garza imbevuta di mercurio cromo che Morgan portava sempre con se nel suo zaino.

Non ricordo quanto ci mettemmo alla macchia, in alcuni tratti mi riprendevo, in altri no.

So solo che quando salii sull’auto quasi svenni.

Dopo venti minuti ero nel pronto soccorso del paese più vicino.

Mi chiesero cos’era successo, e riferii che avevo battuto sugli scogli in una località diversa dalla realtà.

Pensavano avessi subito un trauma cranico, mentre c’era “solo” un taglio che necessitò di 10 punti di sutura e di un po’ di riposo.

Avevo voluto strafare, e la Natura mi aveva punito.

Poteva andarmi molto peggio, ma non fu così.

L’Onda volle farmi capire che dovevo rispettarla come lei mi rispettava.

Che non dovevo cercare di sfidarla oltremodo, e che dovevo godere di ciò che mi concedeva.

Eh si, fui fortunato. Tre centimetri più in basso e ci avrei rimesso un occhio.

A casa arrivai come un reduce. Elena mi strinse e mi coccolò.

Il giorno seguente mi riposai e parlammo di ciò che era successo.

Furono i giorni più intensi della mia vita.

Ora Elena è al mio fianco e vogliamo avere un futuro assieme.

Io lavoro e attendo settembre per tornare come si deve, nel mio secret spot e infine….Morgan,… è li, in Sardegna, a meditare, ad accumulare esperienze che prima o poi mi trasmetterà.

Nelle notti stellate lo chiamo via mail, con il mio portatile e lui puntualmente mi risponde.

A presto Amigo e grazie per avermi insegnato a rispettare il mondo circostante e ad amare Madre Natura.

Marco Todescan

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