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Viaggio in tuk tuk: a journey into sri lanka

Dal Milione:
“lasciando l’isola di Andoman e navigando per mille miglia, un po’ a sud ovest, il viaggiatore raggiunge Ceylon, che è senza dubbio l’isola delle sue dimensioni più bella del mondo”
(Marco Polo)

“Dal milione, che è quello che abbiamo speso per il biglietto che forse ci porterà laggiù”…

Matteo Ghiazza alias Silver Surfer
Fabrizio Perdichizzi alias Winki
Roberto Pulisci alias Bebo

Presentano

VIAGGIO IN TUK-TUK
A Journey into Sri Lanka

17.04.01

Hem,hem!

Yes siamo sull’aereo per lo Sri Lanka! Non mi sembra vero, dopo avere lavorato per 4 giorni a Cervinia con una temperatura media di —10° ed essere passato al volo a Courmayeur per salutare i miei ed affidargli Joker! La notte scorsa è stata molto intensa: arrivo Milano ore 02:00, carico Bebo e Winki ore 02:30, scarico Moon Walker ore 03:30, fine pre-preparazione bagagli ore 05:00, sveglia ore 08:00. Martina non risponde, poi mi manda un messaggio per dirmi che non c’è il materiale. Meglio abbiamo più tempo per fare i bagagli e imballare le tavole.

Dopo vari scleri (miei) e giri per banke alla ricerca dei dollari, che nessuno ci vuole dare, perché siamo vestiti da surfisti, partiamo per Malpensa.

Sono molto più tranquillo adesso, siamo seduti sull’aereo aspettando di partire, fra dieci ore circa atterriamo a Colombo.

Al check-in controllavano tutti come dei terroristi… non era una bella sensazione!

La calma è coadiuvata da due belle birre medie che ci siamo bevuti mangiando l’ultima pizza.

Vedo da qua che Mat dormendo mi mostra i suoi molari cariati e archiviando il discorso dentista, che mi ha scucito 400.000 lire per il riempimento di una tasca paradontale riempiendosi la sua di tasca per 30” di lavoro; vabbè! a parte ciò ora we’re on the flight e per “la prima volta” in vita mia mi sono innamorato di un hostess singalese, non riuscirò a dormire!

Premessa:
Bebo ed io (ndr: winki) arriviamo a Milano dalla Sardegna, imbarco ore 21:30 da Golfo Aranci, trovato un corridoio per buttare il sacco a pelo svengo! Livorno-Forte dei Marmi, con tappa a Viareggio. Ripartiamo dopo pranzo per Bologna, dove, tralasciando una marea di imprevisti, come nel Monopoli, ci aspetta l’I.C. per Milano. I nostri due alieni a destinazione dovrebbero aspettare Mat che ci ospita per la notte?!? Alieni perché le domande tipiche che ci vengono rivolte: “Ma si fa surf a Milano!” — “Che strumenti musicali suonate?” uno addirittura ci chiede se andiamo in campeggio (scambiando le sacche da surf per tende). Boh! La città è strana e la gente di più! Ci aggiriamo, dopo aver preso “le Metro” con tavole e zaini, per Milano fino a quando troviamo un locale strapieno, che starà aperto fino a tardi, e dove aspetteremo Matteo.

Precisazioni: ore 01:00 di notte, 24 ore che non dormiamo; anzi una settimana; stanchi morti… veniamo assaliti dai frequentatori del “Julien” che ci accolgono come due divi hollywoodiani. E’ strano come a Milano siano tutti surfisti o abbiano almeno provato una volta, o addirittura sono stati i pionieri del surf italiano. Quando ci parli capisci che stanno raccontando un sacco di cazzate… Fuck u False surfers!

Le ragazze del locale ci guardano e iniziano a darci su in modo inaspettato, allora propongo a Bebo di non partire per Ceylon, ma di restare a Milano a far finta di partire ogni sera girando tutti i locali della City. Quindi trasformare il surf trip in un sex trip (quando Mat verrà a conoscenza dell’idea realizzerà un progetto con sponsor e web cam).

All’arrivo di Mat con il suo Land Rover “Camel Trophy” e con il Moon Walker (Moon Walker cfr. simulatore di assenza di gravità), uno ha il coraggio di chiederci che cosa ci facciamo con i tubi sul tetto, gli rispondiamo che andiamo a costruire un acquedotto in Sri Lanka. Salutiamo tutti e via a scaricare l’attrezzo infernale e forse alle 05.00 andremo a dormire per avere le news da 55DSL.

Tralascio la mattinata in cui io mi sveglio con la febbre e le ossa a pezzi (Bebo e Mat vanno a fare le prime commissioni o le ultime!!!), ma malgrado ciò: take off!

Sto ascoltando l’ultimo dei ciù dù cioè U2, mi addormenterò; non sono più innamorato della hostess, mi sono accorto che mi sorride per mestiere, UFF!! Meglio così niente dote e niente matrimonio, forse mo’ se magna!

Il comandante ha deciso che è notte, tendine abbassate, luci soffuse, ho la bellezza di quattro sedili su cui stravaccarmi! Sospeso sopra l’ultimo pezzo di Mediterraneo, prima di sorvolare uno spicchio d’Africa, ho chiaro in testa quello che mi ha detto mia sorella: “stai aperto, forse incontrerai un maestro”. Un maestro! Qualche piccola lezione me la sta già dando questo jumbo ipertecnologico, con tivù e radio per ogni posto a sedere e gadget a profusione, che ci sta per posare su una goccia di storia millenaria, su un isola popolata di buddhisti e indù che si fanno la guerra per motivi futili e vivono il loro piccolo paradiso senza cristalli liquidi. Proverò a dormire (ndW = nota di Winki: non si è dovuto sforzare molto!), proverò a prepararmi ad un atterraggio a mente aperta tra meno di sette ore.

A terra sono le 4.43, se non mi svegliavano per la colazione, sarei rimasto addormentato fino all’atterraggio e forse oltre.

L’atterraggio: sullo schermo a cristalli liquidi, canale 17 (forward camera), si intravede una linea sottile di luce (mancano 10 min. all’atterraggio), Ceylon! l’adrenalina della partenza mi ha ormai completamente abbandonato. La calma più serena mi pervade, a trenta miglia dall’isola che Marco Polo ha definito la più bella del mondo. Le luci si ordinano in un corridoio che ci conduce alla pista di atterraggio. Siamo arrivati!

19.04

La giornata di ieri è stata così intensa che non ho avuto il tempo di scrivere.

L’atterraggio è stato perfetto. L’aeroporto è uno spettacolo, un caldo denso e carico di odori tropicali ci avvolge appena fuori dell’aereo. Al duty free vendono stereo, cigarettes, lavatrici e forni a micro-onde. Le ns tavole arrivano per prime sul nastro, buon segno, infatti l’unico danno è la cinghia della mia sacca strappata. Provo a farmela rimborsare, ma vogliono darmi l’indirizzo di un sarto a Colombo. Lascio perdere. Cominciamo la lotta per contrattare un prezzo decente per il viaggio a Hikkaduwa, alla fine partiamo con Kawa per 30 $ (durata delle trattative mezz’ ora con almeno cinque diversi autisti) nel frattempo, mi sono fatto fottere alla grande al bar dell’aeroporto, comprando 3 bottiglie d’acqua per 560 rupie (Rs), 14.000 £. Non avevo ancora metabolizzato il cambio £/Rs. Merda!

Il viaggio sul furgoncino di Kawa è uno spettacolo! Percorriamo le strade di un pianeta sconosciuto. Camion, biciclette, pedoni, tuk-tuk, macchine, motorini e pulmini s’incrociano, si sfiorano, sbandano, frenano, sorpassano, accelerano e soprattutto suonano il clacson senza ordine apparente (ndW: è un vero bordello), sembra di essere a Napoli il giorno che hanno vinto lo scudetto (ndW: perché eri a Napoli?).

La strada scorre tra due bordi disuguali di case, palazzi e catapecchie. Negozi di ogni genere si affacciano con le loro merci su questa striscia di asfalto e smog.

È presto, incrociamo sciami di ragazze (alcune molto carine) che vanno al lavoro regalandoci qualche sorriso e qualche sguardo intenso. Kawa comincia ad imboccare vicoli e stradine, siamo un po’ preoccupati come degli stupidi turisti, sta solo cercando di evitare il traffico perenne di Colombo.

Dopo la città il traffico migliora! O peggiora! Ci sono meno macchine, ma aumenta pericolosamente la velocità di crociera. Ci fermiamo sul fiume a bere un cocco. Il viaggio è interminabile, cominciamo a sonnecchiare mentre il furgone prosegue la sua corsa tra cani, villaggi, palme e pedoni. Cullati dalla musica smielata che esce dalla radio (e frastornati dai clacson) arriviamo finalmente e Hikkaduwa. L’Imperial consigliatoci da Chiara e Ale ha solo camere modello forno, preferiamo sistemarci al Moon Bean dove con 1300 Rs al giorno, con la colazione, ci mettono a disposizione una palafitta a 10 metri dalla spiaggia e a 100 m dallo spot.

Let’s talk about surf! Le onde ci sono! (Le avevamo già intraviste a più riprese durante il viaggio). Però c’è vento forte on-shore. Andiamo a mangiare. Il primo approccio è un po’ così, siamo tutti “leggermente” preoccupati per le malattie, le infezioni, etc. Comunque innaffiamo tutto abbondantemente con birra Lion, la famosa birra srilankese! Dopo pranzo ci facciamo una bella dormita e finalmente verso le 6 ci buttiamo in acqua. Il vento è calato, le onde sono ca. due m al picco, poi calano leggermente, ma si mantengono ripide, surfiamo fino al calar del sole e poi rientriamo al Moon Bean; doccia e cena in “hotel”. Dopo cena ci avventuriamo per le strade, pardon, la strada di Hikkaduwa. È uno dei posti più pericolosi del mondo; intanto, siccome la guida è all’inglese, ci arrivano le macchine a sinistra senza che ce ne accorgiamo, poi la velocità dei veicoli è nettamente superiore sia alle condizioni della strada che alle capacità dei piloti, per non parlare dello stato di manutenzione dei mezzi. Riusciamo nonostante tutto ad arrivare ad un baretto sulla spiaggia per una Lion da 625 cl. a testa. Torniamo a casa, ci infiliamo sotto le zanzariere (io mi sono sistemato sul balcone) e capottiamo dal sonno.

Questa mattina ci siamo svegliati verso le 07:00 col verso dei corvi e di altri strani uccelli tropicali. Le onde sono belle. Entriamo in acqua ed abbiamo due ore abbondanti prima della colazione. La sinistra è bella potente e lunga, la destra più rara e più corta, a volte un po’ moscia. Ogni tanto arriva il bombardone che rompe più fuori, quasi sempre ti rompe in faccia e ti frulla nonostante i duck dives belli profondi che riusciamo a fare senza la stupida muta. L’onda è praticamente un a- frame un pò sbilanciato a sinistra. L’acqua è calda, ma calda davvero, la paraffina “warm water” si scioglie come burro. L’acqua nella risacca sembra brodo, mentre quella nelle pozze sulla spiaggia scotta che non ci puoi camminare. Non è molto trasparente, ma è di uno splendido verde; il plancton o chissà cos’altro ci pizzica la pelle mentre sotto di noi nuotano pesci colorati di trenta centimetri, ogni tanto una tartaruga emerge improvvisamente per respirare. Fabri ha visto una pinna (speriamo un delfino). Il sole c’ha la mazza da baseball e ci prende a mazzate.

Colazione: rinunciamo al burro, all’ananas e alla marmellata perché paranoiati dalle infezioni alimentari (che “tristeza”). Bebo non rinuncia alla jam. Decidiamo che faremo a turno a ingerire cibi che potrebbero essere contaminati, così se uno si sente male gli altri due possono sempre surfare … ops! Volevo dire chiamare un medico. Dopo un po’ di cazzeggio la 2nd entrata: il sole dei tropici ci squaglia ed usciamo dopo un’ora ustionati.

Pranzo al Curry Bowl, un giro per negozi poi rientriamo M. Bean. Bebo sviene sul letto, io e Winki ci stiamo bevendo un tè davanti al mare e osservando le onde: high beast tubanti. Io finisco di compilare il diario, Winki legge la guida. Poi svegliamo Bebo per entrare in acqua.

Siamo dei coglioni! “specialmente io” dice Winki. Le onde erano da sballo, e invece di stare a guardare potevamo entrare prima! Il sole sta tramontando, e si sa che ai tropici il tramonto è istantaneo. Facciamo l’entrata in acqua come quelli di Point Break: io raschio le mani sul reef, Winki la tavola e un piede, e Bebo dopo qualche onda perde una pinnetta. Mentre Bebo esce io e Winki abbiamo appena il tempo di pigliare una paio d’onde spettacolari e poi il buio ci schiaccia. Che coglioni! Usciamo dall’acqua che è notte, intanto Bebo ha conosciuto un pesarese che bazzica spesso da queste parti. Scambiamo 4 chiacchiere e poi andiamo a docciarci.

Kana che è il boss della nostra guest house, ha anche un altro restaurant che si chiama sempre M. Bean, dove dopo aver mangiato così così, invece di farci lo sconto come promesso, ci pelano; conosciamo il fratello di Kana che abita a Milano e che ci invita a sederci con lui e non vuole più farci andare a dormire. Torniamo a casa (ndW: o meglio a palafitta) e dopo essere passati al surf shop “A-Frame” conosciamo alcuni locals che daranno spunto per un’accesissima e lunga discussione in camera da letto sul localismo… dopodiche’ ci corchiamo.

About animals: oggi andando a pranzo abbiamo visto tra i cespugli lungo la strada, vicino al tempio di Buddha, un varano di almeno un metro; è stato molto comico anche per l’inseguimento al rallentatore per fotografarlo.

20.04

Sveglia ore 6.30 il tempo di waxare e andiamo in acqua. Questa si che è una mattinata di surf! Usciamo dall’acqua alle 9.30 passate. Le onde sono glassy dal metro al metro e mezzo abbondante, ogni tanto arriva qualche sbubba con il picco abbondantemente overhead. Surfiamo da soli per più di un’ora poi entra una coppia di inglesi. Lei col body, lui con una single fin anni ’70. Dopo un po’ arriva il pesarese, poi un altro tipo, poi un local, cmq mai più di 5 in acqua. Le onde sono proprio divertenti e dunque ci scialamo! Usciti dall’acqua facciamo la solita colazione con aggiunta di papaya e biscotti.

Oggi ho fatto il mio primo tubo consapevolmente ed ero pure in backside, non so se…

Come si fa a capire di essere in uno spot tropicale? — Sei in uno spot tropicale quando indossare la lycra bagnata al mattino è un piacere!

Promemoria: burrini e jam monodose, lycra manica lunga, fare le lampade prima di partire (ndW: ma che cavolo significa?), sacchetti di tela per le scarpe (ndW: ma che cosa hai fumato?)

Cazzeggiamo con Manuel, il tipo di Pesaro naturalizzato singalese, che ci è venuto a trovare, un po’ di rice ‘n curry e un tè; poi dopo una breve pennichella ci buttiamo in acqua. Il vento stenta a calare, ma le onde non sono malaccio. Siamo in acqua solo noi tre e la ragazza un po’ fattona che ogni tanto appare con un funboard.

Andando a cena becchiamo Manuel che ci porta al Blue Fox. Il servizio è un po’ lento; durante l’attesa parliamo di surf, como al solito e di donne. Manuel ha un frutto della passione con un biglietto x una tedesca con figliolo. E più tardi dovrebbe incontrarla in un bar. Bebo, come al solito ha fatto la scelta migliore, kalamary con curry, io e Win abbiamo il ns bel da fare con i granchi al curry.

Mentre ceniamo, fuori piove. La nostra stanza è come un bagno turco, dormo dentro perché fuori c’è troppa umidità. Ma il sacco a pelo in nylon non è la soluzione migliore!

21.06

Sveglia alle 6.30 e tutti in acqua: glassy, ma ci sono due direzioni di onde incrociate che fanno un po’ di casino; alle 8 esco per il primo turno di foto, devo stare all’ombra perché il sole è già così caldo che mi brucia i polpacci. Dopo mezz’ ora esce Bebo, vado a incremarmi le gambe e rientro in acqua. Dopo un’altra mezz’ ora esce Winki, ma Bebo non rientra, le condizioni si sono rovinate così W. non fa le foto. Quando esco dall’acqua lo incrocio che arriva dal M. Bean e mi dice: “cazzo esci proprio adesso che sto venendo a farti le foto!” mi ero ripromesso di non dirgli niente, ma non ce la faccio e mi viene fuori un bello sklero da milanese in Valtur. Cmq durante la colazione riusciamo a spiegarci grazie anche a Bebo che è un tipo eccezionale, sempre calmo, fa le sue battutine al momento giusto, ascolta e commenta sempre con molta precisione.

Ore 11.00: dopo la doccia andiamo a passeggiare sulla spiaggia, chiediamo i prezzi di alcune tavole da surf. Il noleggio costa 100 Rs all’ora, ma i prezzi sono allucinanti 200 — 250 $ per tavole recenti ma spaccate o per vecchi pezzi da museo da rottamare.

Visitiamo “un centro di medicina ayurvedica” con due “dottori” che ci fanno accomodare intorno ad un mezzo tavolo da ping-pong per scambiare quattro chiacchiere. Ci consigliano di cercare Paul l’italiano che sta al Casa Lanka per avere un po’ di informazioni utili.

Più avanti sulla spiaggia incontriamo prima una “guida turistica” indigena che ci propone un giro in barca sul lago per 800 Rs, dice che c’è un tempio di 8800 anni (ndW: Minchia!! chissà che si fuma e che si fumerà con le ns rupie) e tre piccole isole dove ci sono alcune comunità di meditazione, tartarughe, iguane, scimmie, ecc. L’appuntamento è alle 3.00, il prezzo l’abbiamo abbassato a 400 Rs.

Frasi per tirare sul prezzo: “we’re cheap tourists” — “we’re not tourists, we’re surfers, no much money” — “it is the end of the season”.

Dopo il “tour operator” incontriamo un gioielliere. Ci dice che ha il negozio 100 mt più avanti, sempre sulla spiaggia. Camminiamo fino all’ombra di un catamarano dove ci accovacciamo per proteggerci dal sole, e ci tira fuori un po’ di chincaglieria in argento: quello era il suo negozio!

Il ritorno all’hotel lo facciamo lungo la strada per cercare qualche striscia d’ombra sulla quale camminare, ma il sole e troppo dritto su di noi. Troviamo un chioschetto con due vecchine da cui compriamo cocchi, papaya e banana (ndW: la frutta qui ha un sapore vero, è quasi sempre appena colta). Intanto passa una gara di bici, totale atleti 7. È il tour dello Sri Lanka, ma si vede che con questo caldo pochi hanno il coraggio di pedalare, a mezzo giorno, in mezzo al traffico locale. Ci dicono che la corsa è legata alle festività di capodanno che qui cade il 13 aprile.

Il caldo è allucinante! Ci buttiamo sui letti col ventilatore a palla a boccheggiare fino alle 3.00, poi gita sul lago.

Osservo W. se ha imparato a tagliare il cocco come i singalesi. Direi che ha ancora da imparare (ndW: cazzate, l’ho invetato io il noce di cocco!). Il cocco è fondamentale per l’isola: è bevanda, cibo, contenitore, stuoia, olio, corda e mille altre cose, e se non sai aprirlo ti fai anche la doccia!

Da comprare dal ferramenta: machete per cocco, corda per stendere, colla.

Ore 15.00 Becchiamo Prantiem (o simile) per andare sul lago. Prendiamo un autobus allucinante, pieno come un uovo, con il bigliettaio sulla porta che regola il traffico e incassa tenendo le rupie, a seconda dei tagli, tra le dita della mano formando una specie di ventaglio.

Arrivati al lago Prantiem noleggia una specie di piroga con lo scafo in vetroresina andata a male e il bilanciere in legno. A Fabrizio capita al posto del rematore (ndW: con un remo di 50 kg, le 400 Rs dovevano darle a me, mi sono fatto un culo!), mentre la guida si mette al posto di guida, giustamente, con una pagaia (leggerissima). Il primo giro lo facciamo verso il ponte della ferrovia dove ci sono dei ragazzi che fanno il bagno, mentre a pochi mt. nuotano dei varani enormi, grigi maculati chiari con una faccia per niente raccomandabile. Ritorniamo verso il centro del lago per dirigerci verso l’isola del tempio che dovrebbe avere 8800 anni secondo la nostra guida che sembra sempre meno affidabile. Il tempio buddhista avrà al massimo 8800 giorni, comunque è molto affascinante. È tutto bianco con dei disegni neri sulle pareti esterne lungo il portico che rappresentano episodi delle vite di Buddha. Arriva il monaco che ci apre il tempio con una chiave che è una vera e propria opera d’arte: la serratura ha un coperchio per il foro che si apre a scatto azionando un piccolo pulsante, ogni pochi gradi di rotazione della chiave si aziona una campanella. Entriamo (senza scarpe, occhiali e cappello), in una stanza completamente affrescata dentro c’è un enorme Buddha alto almeno 6 mt con statue colorate, piastrelle multicolore in rilievo e soffitto a cassettoni decorati. Tutti i colori accesissimi, rossi, arancioni, gialli e verdi. Nell’altra stanza che gira intorno a quella del Buddha ci sono delle rappresentazioni con statue in piedi con la mano alzata ciascuna ruotata leggermente di qualche grado rispetto alla precedente. All’uscita del tempio ci aspetta il monaco con un blocchetto di ricevute per farci fare un offerta. Quando vede le poche rupie che mettiamo nella cassetta si rifiuta di darci la ricevuta già compilata da Fabrizio. Mentre torniamo alla barca ci cade quasi in testa una noce di cocco da qualche chilo, sarà la maledizione del monaco?

Al ritorno con un tuk-tuk da 70 Rs andiamo a visitare il “centro” di Hikkaduwa. Ci sono un sacco di persone e un traffico allucinante. Negozi di ogni genere (tra cui il ferramenta e l’elettricista dove compriamo il machete e altri oggetti per la sopravvivenza). Visitiamo il mercato del pesce (e delle mosche) compro un biglietto della lotteria del saturday fortune (ndW: ma che si vince? Noci di cocco e banane?) e che Buddha ce la mandi buona!

Torniamo a piedi verso il M. Bean visitando i negozi, ce n’è uno con delle maschere eccezionali, è la bottega di un artigiano che espone anche le sculture fatte dal padre e dal nonno, e tutte le spiegazioni dei significati delle maschere. Ci sono quelle curative, quelle per la fortuna, contro il malocchio, ecc.. Intanto il vento non cala, quindi rinunciamo alla 2nd entrata e ci dedichiamo allo shopping. Io compro una camicia Hawaiiana made in Hikka e un sarong (spero anche quello made in Hikka). Il cartolaio ci regala il calendarietto con il santino porta fortuna. Compriamo biscotti per la colazione e continuiamo a girare.

A cena incontriamo Manuel con cui ci accordiamo per la partenza di domani direzione sud. Torniamo a casa sotto una pioggerellina appena in tempo perché subito dopo scoppia un mega temporale equatoriale, finalmente ci sentiamo nel periodo delle piogge.

22.04

Ore 6.00 Bella notte di merda ho passato, mi si è infilata nella zanzariera una tr… di zanzara che mi ha punto ad intervalli regolari, svegliandomi ogni volta. Meno male che tra poco si va in acqua a dimenticare le brutture della vita terrestre.

Prima di entrare in acqua però mi bevo un cocchino aperto con il mio nuovo machete.

Le onde stamattina sono proprio belle! Tante belle destre overhead e oltre, ci siamo sparati una quicksnap intera (ndW: per i comuni lettori come me sarebbe una macchinafotosubacquea).

I danni del giorno:

Bebo ha cercato di fare un floater sulla testa di Winki. Risultato: caviglia tagliata
di Bebo, punta della tavola di Winki spaccata.

Winki si è anche autolesionato il piede sbattendo sulla sua tavola

Matteo si è tagliato tutti e due i piedi sul reef in 10 cm d’acqua, uscendo dopo l’ultima onda.
Ore 16:50

Il treno delle 16:26 arriva in orario perfetto! Troviamo uno scompartimento mezzo vuoto, cospargiamo di tavole e zaini tutti i portabagagli e ci sediamo per assaporarci il viaggio.

Oggi dopo la colazione avevamo un sacco di tempo, quindi siamo andati a cambiare i soldi, abbiamo fatto un po’ di shopping, abbiamo fatto i bagagli, abbiamo mangiato un po’ di riso e alla fine eravamo in ritardo!

Il tipo tanto gentile del Moon Bean invece di farci lo sconto ha cercato di fotterci un 10% in più sul prezzo concordato, facendo il conto sulle ricevute del ristorante e aggiungendo quindi il servizio. Ci sentiamo dei veri turisti per caso (avremo modo di scoprire che sull’isola fottere il turista è lo sport nazionale). Aggiungiamo una nuova frase al vocabolario per le trattative: “don’t gamble with the italian travellers!” cioè “non ci provare coi viaggiatori italiani!”

Ore 15.30 carichiamo le tavole e i bagagli su due tuk-tuk, passiamo a prendere Manuel detto Ralph (per la sua somiglianza con R. supermaxieroe) e ci “precipitiamo alla stazione”. Le mosche e i singalesi aspettano placidi, mentre noi occidentali corriamo ad imbucare le cartoline e a cercare il nr di tel. dell’Air Lanka per poter riconfermare la data del rientro.

Scrivo cullato da un vecchio vagone un po’ lercio che mi sembra il cugino sfigato di certi nostri treni delle linee secondarie di 10 anni fa. Dai finestrini scorre lo Sri Lanka. Banani e fiumi, laghi, case e palme, uomini in sarongs, casette affogate nella jungla tropicale, piccole stazioni secondarie con donne in sarongs e bambini per terra, la jungla e la sua vita, capanne con le sedie di plastica, panni stesi tra le palme (ndW: e sui binari del treno), fiumiciattoli soffocati dalla vegetazione con bottiglie e sacchetti di plastica che galleggiano.

Il treno ha degli scossoni che sembra debba deragliare da un momento all’altro, i vagoni dondolano come barche nel porto quando passa il traghetto. Dal soffitto pendono 3 ventilatori (uno è schiattato) che dondolano anche loro paurosamente. I ragazzi che scherzano sui sedili davanti non sembrano fare caso ai rumori di “treno che si sfracella tra un secondo!” accanto a me uno studente di fisica o di elettronica studia impassibile un libro in inglese. I bambini dormono e/o fanno casino come su tutti i treni del mondo.

Dopo una fermata a Galle dove il treno si svuota e poi si riempie molto più di prima, e dove il capo treno sembra giocare a biliardino coi vagoni, ripartiamo. Scorrono mucche e aironi, baracche e jungla.

L’arrivo alla stazione è critico abbiamo pochissimo tempo per scaricare 5 tavole e 6 zaini, con un passamano misto Italia/Sry Lanka riusciamo a scaricare tutto e a scendere incolumi. Con due tuk-tuk raggiungiamo il K. Beach Hotel, costo pro capite 275 Rs senza breakfast. Il nome della località non l’abbiamo dimenticato, ma per rispetto a Manuel che ci ha portato lì, e lo considera un secret per pochi e per i suoi amici dell’adriatico, lo tralasceremo.

Il posto è stupendo, una casa centrale con due ampi patii e vari bungalow sparsi sul prato. Di fronte la spiaggia con i pali su cui si abbarbicano i pescatori e lo spot. La casa è di stile coloniale costruita da un russo, nel patio al secondo piano, davanti alla nostra stanza, c’è un enorme biliardo con stecche di ogni tipo (ndW: che useremo come appoggio per le riparazioni delle tavole e qualcuno non ne sarà molto contento). Allestiamo la camera con 3 letti di cui uno matrimoniale con tre zanzariere. È una specie di mansarda con il soffitto molto alto e inclinato, sopra le finestre ci sono delle griglie di legno per permettere all’aria e agli insetti di circolare liberamente nella stanza! L’unico particolare negativo è il rumore del traffico che di notte per sfortuna svanisce, ma che con le prime luci sale ai livelli di via Farini (ndW: che è a Milano dove abita Silver Surfer quando non fa il surfer).

Ceniamo nel patio, i prezzi sono decisamente più alti di Hikka, ma il riso è buono; dopo cena ci fiondiamo a letto dopo una giornata abbastanza impegnativa.

In camera abbiamo il frigo-bar e la tv (ndW: ce ne può fregar di meno! infatti la tele occupa solo spazio e la tiriamo nel corridoio, e il frigo ci è utile come comodino).

23.04

verso le 8.30 siamo tutti svegli, Manuel va a vedere le onde mentre Winki ripara i danni alla tavola provocati dalla caviglia del Bebo. Io ne approfitto per aggiornare il diario.

About animal: mucche e aironi (da soli e in coppia, due camaleonti e un lucertola preistorica nel giardino del Moon Bean, buchi dei granchi sulla spiaggia, dei ragnetti salterini marroni che ogni tanto ti atterrano addosso, corvacci neri sempre.

Ore 11.00 arriviamo a Unawatuna in 4 con un tuk-tuk, al momento di scaricare la roba l’autista ci chiede 400 Rs. Dopo una discussione animata accerchiati dagli indigeni accorsi immediatamente a dare man forte all’autista e dove rischiamo di prendere un sacco di botte, ci facciamo valere e ce ne andiamo lasciandogliene 200 sul cruscotto (don’t gamble with the italians) come pattuito davanti all’hotel.

È importante quando si contratta definire bene il prezzo e ribadirlo chiaramente. Ve ne accorgerete, in Sri Lanka ci provano sempre!

Un paio di cinghie e di corde elastiche sono fondamentali per fissare le tavole sui tuk-tuk.

Le onde a Unawatuna non ci sono! Erano decisamente meglio davanti all’hotel. 2 locals ci dicono che verso le 3 le onde migliorano. Ordiniamo 4 tonnetti allo “Smiling Turtle”, detto anche “Dal Lebbroso” (ndW: Bobo mi ha messo la paranoia della lebbra e allora faccio semplicemente notare agli altri che ad un parente anziano del cuoco-padrone mancano alcune dita dei piedi), e aspettiamo con molta calma che le onde arrivino.

In Sri Lanka c’è molto turismo sessuale, infatti ci sono un sacco di donne bianche che vengono qui per trombarsi i cingalesi o cinghioni come li chiama Ralph. Molte tipe neanche troppo male sui 25/30 e signore un po’ stagionate soprattutto crucche. In effetti i maschi cingalesi sono belli (ndW: a Mattè non te sarai mica anfrocito?!), come del resto le ragazze (ndW: ah, così va già meglio!), hanno fisici slanciati e denti bianchi. Le caratteristiche somatiche, a parte il colore della pelle che abbastanza scuro, sembrano una via di mezzo tra l’occidentale e il nord africano. Mentre aspettiamo il tonno incontriamo due giovani locals che ci consigliano di andare davanti al Wijaya che le onde sono più belle.

Ampio pasto a base di tonno abbastanza piccante (ndW: di brutto!) e riso rosso, e per finire una Lion ghiacciata che ci mette nella disposizione migliore per una pennica pre-surfistica.

Di birre era meglio berne 7 o 8! Perché le onde non arrivano. Winki mi chiede 200 Rs in prestito per comprare un Buddhino in legno da un ambulante. Quando è il momento di pagare il pasto ci accorgiamo che il fondo cassa non è sufficiente. Con 290 Rs che mi erano avanzate riusciamo a pagare riuscendo a farci fare lo sconto di 30 (evento straordinario).

C’incamminiamo a piedi verso il Wijaya Beach Cottage, lungo la spiaggia ci sono parecchi turisti tra cui svariate ragazze (ndW: a cui non siamo più abituati) che sembrano interessate al modello surfer on the beach. Stiamo pensando di venire a far un giro questa sera. Non appena abbandoniamo la spiaggia per la strada, la scelta di Winki e di Ralph di venire scalzi gli costa cara: l’asfalto è bollente! Prediamo un passaggio su una motozappa con rimorchio che fa la raccolta differenziata di cocchi ananas e bottiglie di plastica. Quando scendiamo ci chiedono 100 Rs o almeno 50 (ndW: cazzo! Ma non esiste qualcuno qui che non voglia scucirti dei soldi?!), salutiamo e ringraziamo senza dargli niente anche perché eravamo a secco. Facciamo un altro tratto di spiaggia a piedi, ci sono rocce e coralli su cui s’infrangono le onde e capanne di legno affacciate sulla sabbia. Il Wijaya Beach è fighissimo, è una tettoia sulla spiaggia che ingloba alcune palme, ha le poltrone inclinate all’altezza giusta in modo da appoggiare i piedi sulla staccionata verso il mare.

Lo spot davanti è assurdo, onde piccole e incasinate che infrangono direttamente sul reef, uno dei locals mi dice: ” you see here is much better than Unawatuna!” ammicco e taccio per non creare un incidente internazionale. Mentre siamo lì a cazzeggiare arriva un onda un po’ più grossa delle altre che sommerge lo zaino di Ralph e rischia di portar via le tavole agli altri. Io salvo al volo la nostra sacca che comunque Winki era già riuscito a bagnare intubandosi involontariamente in uno schiumone durante la camminata in spiaggia. Ecco l’ennesima prova della demenza di Winki (ndW: fai attenzione Silver che se non ti menano i locali prima della fine del viaggio lo faccio io!)

Prendiamo un tuk-tuk per rientrare, come dice Bebo: “prendiamo il primo tucatuca che passa e andiamo in albergo!”

E’ l’ora del tè, che ci gustiamo sotto il patio prima di buttarci in acqua. Le onde non sono eccezionali, ma almeno ci sono! Il tè era meglio al M. Bean, se non altro i biscotti comprati a Hikka e che chiameremo dischetti struccanti, inzuppati sembran perfino buoni.

Ore 20.20 siamo usciti dall’acqua da poco, lo spot è uno spettacolo! Arrivavano delle mega onde con la partenza un po’ moscia, ma appena ti mettevi in piedi, se facevi in tempo, diventavano velocissime. Il vento era on shore, ma ci siamo scialati. 2 mt e mezzo sul picco. Le sinistre erano molto belle con sezioni ripide, le destre dopo una gran partenza un po’ meno veloci e più corte; se poi cercavi di risalire dopo aver surfato una dx da dove ti verrebbe più logico farlo, venivi maciullato, finendo in mezzo allo schiumone, frullando per 200 mt e alla fine rientrando con il picco alla tua sx. Oggi l’ho fatto per 3 volte prima di capire come fare a tornare fuori. Comunque decisamente meglio le sinistre! Dopo il surf io e Win ci siamo fatti una bella mezz’ ora di stretching al buio sulla spiaggia e sotto la pioggia. Sono lesso! Cena e poi nanna.

Ha detto Bebo: “Franco! Scusa che ce la porti un’altra bottiglia d’acqua?” al cinghiale che comunque ha capito benissimo.

24.04

Ore 6.30 sono andato in spiaggia per vedere le onde, ma c’erano troppi moscerini. Non riuscivo a concentrarmi, inoltre avevo la faccia un po’ gonfia e tenere gli occhi aperti con una luce così forte era molto faticoso. Comunque da quel poco che ho capito le onde sembravano glassy, ma abbastanza incasinate e non c’era neanche molta acqua. Winki entra, tra un po’ lo raggiungo, prima scrivo.

Mi accorgo che nonostante il surf e la bellezza del posto avrei voglia di andare a fare una serata a Unawatuna dove c’era un’aria molto trombereccia. Tanti turisti di prevalenza tedeschi, molte donne sole. 5 tipe ci hanno osservato con molto interesse quando abbiamo percorso la spiaggia alla ricerca del Wijaya, altre due ci hanno salutate per prime (molto friendly); non erano neanche male. E’ stato talmente inaspettato che ci siamo limitati a restituire il saluto senza fermarci. Ribadisco quel saluto aveva un po’ di doppi sensi, ma eravamo come inerti davanti alla spudorata intenzione di quegli sguardi e di quei sorrisi. E’ stato sufficiente per risvegliarmi la fichite. Sono combattuto, non so se lasciare spazio o cercare di concentrarmi solo sul surf.
Comunque fa piacere ricordarsi di far parte della categoria di uomini più desiderati dalle donne dopo i miliardari (ndW: questa te la potevi risparmiare).
Vado in acqua!

Questo posto è veramente incazzato! Le serie arrivano rarefatte, e quasi sempre più fuori di dove le stai aspettando. Le poche onde che pigliamo (rispetto ad Hikkaduwa) sono cmq spettacolari. La dx è corta, ma fa una partenza da brivido, poi si smoscia e si riforma in un’altra sezione ripidissima per poi smorzarsi e mollarti in mezzo ai picchi minori che ti spazzano via se non riesci a fare bene lo slalom per risalire. Le sx sono lunghe anzi lunghissime, si riformano ripide per due tre volte con accelerazioni spettacolari. L’ultima serie di almeno 12 tsunami (ndr: onde anomale) fa un disastro. Io e W. surfiamo le prime riuscendo a defilarci leggermente e a prendere in testa solo la coda di quei mostri e, mentre tentiamo di aggirale per tornare sul picco vediamo Bebo che, dopo aver tentato una duck dive (“ero convinto di essere passato, poi mi sono sentito prima sparare verso l’alto e poi catapultare e schiacciare verso il basso!” Ci dirà poi), viene annullato dal più grosso di quei mostri come fosse stato un moscerino. Era spettacolare vedere la forza con la quale l’onda infliggeva su quel surfista, abbiamo visto la tavola volare per aria seguito da un qualcosa attaccato ad un filo. Peccato solo che si trattasse del nostro amico! Dopo il serione siamo tutti a pezzi. Cotti, decidiamo di prendere l’onda per la colazione.

Ho delaminato la tavola! Useremo come contenitore per resinare la bottiglia di plastica dell’acqua Foster (non penso sia la stessa della birra), e come piano di lavoro il tavolo da biliardo che si trova guarda caso proprio davanti alla nostra camera.

Dopo la pennica e la resina andiamo a Galle con il treno. Ci rechiamo all’ Air Lanka per capire come fare a riconfermare il volo per il rientro e dove veniamo ibernati a —30 dall’ “Air Conditioned”. Poi andiamo ad informarci se ci sono bus che potrebbero portarci ad Arugam Bay, e quanto costano. Non costa niente (150 Rs), e forse dopo “solo” 12/13 ore di simulazione di naufragio su strada potremmo arrivare a destinazione. Ritornando in stazione un tipo si offre di portarci e di restare con noi per 1000 Rs a testa, scendiamo a 900. Mentre il treno sta per partire, siamo d’accordo per dopo domani alle 10 davanti alla stazione di dove stiamo. Ma Bobby ritorna sul treno dicendoci che non ce la fa a rimanere tutti quei giorni per quel prezzo. La dritta era che lui aveva dei parenti ad Arug. e quindi sarebbe andato a trovarli a nostre spese, e a noi andava più che bene perché ci aveva promesso che ci avrebbe fatto sistemare in qualche cabanas di pescatori … solo che per colpa di alcuni loschi figuri (chiamati anche procacciatori d’affari) che stavano con lui e che volevano farci la cresta, l’affare è saltato. (ndW: vuol dire che doveva andare così!)

Arriviamo ad … e dopo la spesa al mercato della moschea (pieno di mosche), dove il pesce è moscato, la verdura è moscata, il vino non lo vendono … ananas e papaia 70 Rs. Arrivati al K. ci buttiamo (carteggiatine veloce alla tavola) in acqua. Ora che siamo sulla line up è buio. Riesco a prendere una dx niente male poi è il delirio per riuscire a rientrare senza ammazzarsi. È buissimo e si è messo a piovere a dirotto con lampi tuoni e vento. Arrivamo tutti sani e salvi a terra, tranne Bebo che non era uscito.

Questa sera andiamo a cena fuori! Vaghiamo per la strada come tapiri, finché non arriviamo, dopo un tentativo fallito in un posto troppo “in” che oltre ad avere un sacco di cose troppo belle per far si che noi cenassimo lì, tipo una piscina e un giardino spettacolare, aveva oltre ai prezzi raddoppiati e nessun cliente anche un ricarico per il servizio del 20% (un’estorsione!); dicevo arriviamo in questo ristorante sri-lanka-japanese. 230 Rs per il polpo con il riso, solo che masticare quello che forse una volta era stato un octopus era come farlo con un copertone di un camion. Però il sapore è buono, dopocena ci offrono anche l’arrak, che da come ce l’avevano raccontata doveva stroncarti (ndW: neanche la metà forte del filuferru). Questi s’embriagano coll’acqua! Torniamo in albergo e ci mangiamo degli springrolls terribili, cotti nell’olio motore. Andiamo a letto ancora affamati. Domani sveglia alle 6.00 (ci svegliano i ragazzi della reception, noi non c’avemo la sveglia) per una bella surfata. Alle 10 abbiamo appuntamento con un tipo che ci porta ad Arugam per 5000 Rs: però non sa dov’è! Siamo in una botte di ferro!

25.06
Springrolls di merda! Mi sveglio con lo stomaco intasato, vaffanculo!

Winki entra in acqua, lo seguo, ma alla prima partenza viene choppato dall’onda e la sua splendida tavola da collezione si spezza in due! Resto solo in acqua. Prendo una destra veramente bella, e dopo un po’ entrano Ralph e Bebo, poi 5 israeliani. Prendo un’altra bella dx poi Winki comincia a fischiare dalla spiaggia e usciamo. Ha conosciuto un ragazzino che sa dove trovare delle tavole in vendita. Il “Fais and Sumana’s Subodanee” è un “alberghetto” molto carino. Hanno due malibù da museo e nella stanza delle shorty 2 mostri spezzati e riattaccati con lo stucco per carrozziere e poi riverniciati a pennello! Delle specie di mutazioni genetiche …

CONTINUA …?

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